Ma sono Italiani?

Sono Ungheresi ed Italiani. Ritengano che si arrendono; ma converrebbe che andasse uno che conosce il tedesco, perchè gli ufficiali sono tedeschi.

Erano momenti nei quali tutto si credeva possibile; da un giorno e mezzo si erano già vedute tante cose, dapprima giudicate impossibili, che si cominciò ad accogliere anche quell'idea.

Mi dicano, chiesi io, sono molti?

Molti; è pieno tutto il piazzaletto avanti al Gran Comando.

Sono mescolati i soldati alla popolazione? domandai io di nuovo.

Questo no, perchè hanno paura degli ufficiali; ma alcuni che hanno girato il canto di casa Castelbarco parlano coi cittadini.

Davvero, se riuscisse, dissi io, sarebbe un bel colpo. Or siccome io aveva dovuto stare inerte mezza giornata, credetti che spettasse a me l'arrischiarmi a far qualcosa di segnalato; onde rivolto al Casati: Signor podestà, gli dissi, vado io. Dapprima v'ebbe un momentaneo silenzio, ma tosto fu rotto da diverse esclamazioni di bravo, bene! Io mi apparecchiava ad andare senz'altro; quando, fra la folla si fa largo una persona che non avevo veduta mai, grande, con volto abbronzito e pieno d'espressione, che mi dice: Vengo anch'io. Uno del Municipio me lo presenta e mi dice: Questo è il signor Anfossi; e presenta me a lui. Gli stendo la mano, e dico: Andiamo. Quando appresi che vi erano Ungheresi, pensai che sarebbe bene rivolger loro il saluto sempre caro all'orecchio ungherese, di Eljen Madjar, che significa: Evviva l'Ungheria; ma, temendo di non pronunciarlo bene, mi rivolsi ad un Litta Modigliani, ivi presente ch'era stato a Vienna, ed in diplomazia, e gli chiesi se il mio modo di pronunciarlo andava bene. Mi rispose che sì, ed armato di quel solo talismano, confidando nella fortuna, ci ponemmo in cammino io e l'Anfossi; nessun altro ci seguì. Usciti dalla via de' Bigli, ed avendo appreso che tutta la via di Brera era occupata dai Tedeschi, andammo per le vie di Croce Rossa, Borgo Nuovo e Fiori chiari, e sboccammo sulla larga via avanti al palazzo di Brera. Colà arrivati, io trassi il fazzoletto bianco che teneva alto in segno che venivamo con intenzioni pacifiche, ed andammo diritti verso il fitto della soldatesca, che, del resto, era totalmente separata dai cittadini. Al primo arrivare io pronunciai, con tutto l'entusiasmo possibile, l'Eljen Madjar, gettandomi in mezzo agli Ungheresi che in realtà formavano la grandissima parte di quella truppa, e, per verità, v'ebbe un istante che credetti che il colpo andasse bene. Eljen, eljen! risposero non so quanti, e mi stringevano la mano. Rivoltomi ad un maggiore che comandava quella truppa, ch'era un battaglione intero, lo salutai col miglior garbo possibile, e quindi entrai in argomento, dicendogli che, al punto in cui erano le cose, mi pareva che l'umanità esigesse di non fare inutili sacrifici, e perciò si arrendesse, e stesse certo che se gli avrebbero avuti tutti i riguardi possibili. Il maggiore si trovava precisamente presso la prima porta, sempre chiusa, che si incontra venendo dal centro della città; piovigginava, ed egli era chiuso in un gran mantello impermeabile. Mi ascoltò con mirabile freddezza, senza far gesto o movimento di sorta, guardandomi con un'espressione piuttosto di curiosità che altro e quand'ebbi finito: No, rispose, non lo posso: non fate ostilità voi e non ne faremo noi.

Io rimasi sorpreso di questa risposta e la partecipai all'Anfossi. Un gran cerchio di soldati s'era fatto attorno a noi. Rimanemmo alcuni istanti perplessi, quando l'Anfossi si curva su di me e mi dice a bassa voce: Caro mio, andiamo; ci potrebbero condurre in castello.

Nulla di certo avrebbe potuto impedirlo; ma non solo a me non era passato pel capo quel pericolo, ma anche dopo che l'Anfossi mi rese avvertito, non lo temetti, e ciò per la ragione che l'ufficiale aveva pronunciate quelle parole con un'inflessione di voce quasi dolce. L'Anfossi, che non conosceva il tedesco, non poteva trarne la conseguenza trattane da me, che, in fondo, non solo non fosse ostile, ma quasi desideroso di componimento. Voglio tentare ancora, dissi all'Anfossi; ma egli non aspettò, e se ne partì. Avvicinatomi di nuovo all'ufficiale, cominciai con un argomento che parevami della più chiara evidenza: È impossibile, gli dissi, che possiamo rimanere in tale stato di cose: conviene che si venga ad una conclusione; e tornai al solito argomento de' poveri soldati sacrificati inutilmente, ma tutto fu inutile. Ascoltò di nuovo la mia omelia, colla stessa freddezza, e poi rispose: Non fate nulla a noi, e noi non faremo nulla a voi; ma questa volta in modo più risoluto. Compresi che non mi rimaneva che d'andarmene col mio fiasco. Salutato il maggiore, che rispose al mio saluto, ripresi la stessa via che aveva fatto venendo. La piazzetta avanti al Comando generale, fiancheggiata ora da una casa nuova alta, lo era in allora da una chiesa o cappella intitolata a S. Eusebio ed unita a casa Castelbarco, ed aveva arrotondato il canto, fra la stessa piazza e la vicina di Brera. Girando quel canto, quasi di nascosto, alcuni soldati si erano recati sul davanti di casa Castelbarco, ove più non erano veduti dagli ufficiali. Io mi tenni presso quel lato, e appena mi trovai fuori dallo sguardo degli uffiziali mi vidi avvicinato da quattro soldati; uno italiano, gli altri Ungheresi. Mi balenò un lampo di speranza, che almeno una conquista in piccolo io la potessi fare, inducendo que' soldati a venir meco; ma, quale illusione! essi mi chiesero tabacco. Io non ne aveva, perchè non fumo; epperò loro dissi fra lo scherzo ed il serio: Venite con me, e ve ne darò quanto ne volete; ma non vennero; solo l'italiano voleva che tentassi ancora di persuadere l'ufficiale, ma gli risposi ch'era tempo perduto. Quel piccolo fatto però accaduto a me stesso, mi spiegò come que' cittadini, venuti colla piena convinzione che il colpo potesse riuscire, erano in buona fede, e sbagliavano solo nel giudicare la condotta passibile degli ufficiali. Tornando malinconico su' miei passi, pensava all'efficacia della disciplina. Non pertanto, volli render conto della mia missione ai membri del Municipio, che fino allora non avevano altra veste. Il Casati mi ringraziò, e mi comunicò che mi avevano nominato aiutante dell'Anfossi, il quale faceva da capo: eravi anche un altro aiutante, del quale ho dimenticato il nome, ma che vidi, dopo il 1860, maggiore nella guardia nazionale di Milano. Benchè il colpo andasse fallito, non aveva mancato di fornirmi una prova che il morale de' nostri sì potenti nemici era scosso; la risposta datami dal maggiore non voleva uscirmi dal capo; una sospensione delle ostilità, senza che l'una o l'altra parte rimanesse padrona della situazione, era inconcepibile. Nel fondo io ci vedeva l'irresoluzione, e mi pareva già molto.