Divenuto fedel vassallo a quest'ultimo, Vittichindo lasciò al tutto le armi, ed andò a ricoverarsi in un monastero. Quasi tutti i più nobili lignaggi della Germania discender vollero da questo ceppo; chi non potea dirsi della schiatta di Carlomagno, gloriavasi d'aver Vittichindo per antenato, chè un prod'uomo ognuno il vorrebbe per suo progenitore. La stirpe che più ragion d'ogn'altra potea gloriarsi d'essere uscita da Vittichindo, quella fu di Capeto, recando infatti le cronache che Roberto il Forte, il poderoso conte di Parigi, fu pronipote del Sassone glorioso[171]; chè fra que' battagliatori v'era sempre, come a dire, una misteriosa catena, che univa gli uni cogli altri, di gloria in gloria, di forza in forza, e bello certamente era l'aver principio da Vittichindo. Il quale, fatto quindi piissimo, fu onorato per santo e nominato nelle antifone, cantico d'onore e panteone del medio evo. Ad esempio di lui, gli altri Sassoni convertiti, si danno sinceramente al cristianesimo.

La rinomanza di Vittichindo, e la gloria della spedizione di Sassonia, doveano naturalmente somministrare ampio soggetto alle canzoni eroiche; infatti sotto il titolo della canzone di Guiteclino di Sassonia, un trovatore di nome Giovanni Bodel, nativo di Arras, compose in sull'entrar del secolo XIII un intero poema epico sopra Guiteclino ed i Sassoni, che ritrae de' tempi feudali, i più vivi e coloriti di quel periodo di confusione in cui i tracotanti baroni comandavano ai re. Eccovi lo spirito di questa canzone eroica. «I Sassoni minacciano l'impero de' Franchi, ci vogliono dunque aiuti, sussidii, modi a far la guerra, onde Carlomagno dimanda quattro denari ai suoi baroni urepi o urepedi (hurepés)[172] dell'Angiò, della Bretagna e della Neustria; gli Scozzesi, gl'Inglesi, gli Alemanni e i Bavari pagano questo tributo, e togli qua che i baroni urepi di Carlomagno non vogliono pagare, dicendo che si fa per avvilirli, che addio alle immunità loro se fossero sottoposti a un tributo. Che fanno dunque i superbi feudatari? Pigliano il partito di chiudere quattro denari nel pennone d'ogni lancia, poi vengono così innanzi a Carlomagno, alla sua corte plenaria d'Aquisgrana, e gli dicono: «Imperatore, vien tu stesso a prendere, se tanto ardisci, il tributo». Qui il poeta gode di abbassar Carlomagno, e segue a raccontar come al sopravvenir dei suoi baroni, ei si fa incontro ad essi a piè nudi, senza corona in fronte, e rinunzia all'imposta promettendo di non mai più dimandar loro tributo alcuno. Ecco pertanto la libertà feudale in tutta l'ampiezza sua; il barone deve il suo corpo, ma non il danaro mai; il pagamento del denaro è solo un dovere pel villano, e per l'uomo di podestà, cioè in poter d'altrui.

Carlomagno ed i suoi baroni muovono indi da Aquisgrana per la guerra di Sassonia, e qui mille descrizioni di combattimenti; un abbassar di lance, un mescolarsi di pennoni e il duca Guiteclino è ucciso in battaglia. Qui pure s'intrecciano gli amori di Berardo e d'Elisandra, di Baldovino e della regina Sibilla; le crociate hanno siffattamente riscaldate le fantasie, che si trovan per ogni dove le rimembranze di Gerusalemme. Ma ecco i fratelli di Guiteclino che insorgono a vendicar la sua morte, e atterrano Berardo e Baldovino, niuno resiste ai colpi loro, e qui un'altra rimembranza viene a collocarsi nella mente del poeta; quella dell'invasion dei Normanni e degli Ungri al secolo decimo: la stessa confusione, solo che vi è in ogni parte celebrato il nome di Vittichindo. La guerra dei Sassoni, fu la grande impresa del regno di Carlomagno, ed ebbe ad esser soggetto di poema come Roncisvalle, e come ogn'altro tema che ricordasse le grandi gesta militari.

Il modo che tenne Carlomagno nel terzo periodo delle sue guerre sassoniche, fu più efficace che non il suo primo ordinamento del vassallaggio. Veduto che le popolazioni erranti non si affezionano al suolo, ei fa trasportar le principali famiglie sassoni nell'interno della Francia, e il paese loro fu dato ad altri popoli (gli Obotriti) a Carlomagno più ubbidienti e fedeli. Così le famiglie sassoni più riottose ed audaci, tramutate in Francia, ebbero in retaggio le terre del fisco, o furono cacciate nei monasteri e condannate alle solitudini del deserto; ond'è che sotto Lodovico Pio troviam di queste cotali famiglie nelle badie, e ardenti religiosi ed eziandio santi di origine sassone[173], e cronisti e poeti che attendono a scriver gli annali del paese.

Se la guerra sassonica fu la più crudele, la più sanguinosa che mai avesse a sostener Carlomagno, essa rende pur testimonio della grandezza e della fermezza sua, della forza e della destrezza ch'ei vi pose; ma era un'opera di conquista, che dovea col tempo trar seco la sua reazione. Avea Carlomagno rincacciate, stipate le popolazioni nel Nord, nella Danimarca, nel Giudland; e da chi fu rovesciato l'impero suo? Da quelle popolazioni medesime che vennero alla volta loro ad assalire i Franchi. La storia del mondo è azione e reazione; i conquistatori cacciano le nazioni, e queste ritornano più forti a spezzar trono e spada di coloro che sognaron l'impero universale del mondo!

CAPITOLO XI. CONQUISTE DI CARLOMAGNO IN ISPAGNA. — ROTTA DI RONCISVALLE.

La Spagna e i Saracini dopo la battaglia di Poitiers. — Corrispondenza di Pipino coi califfi. — Gli emiri di Catalogna, di Navarra e d'Aragona. — Gli antichi cristiani. — Discordie civili. — Gli emiri alla corte plenaria di Paderborna. — Carlomagno delibera di conquistare la Spagna. — Convocazione delle milizie — Le due irruzioni per mezzo ai Pirenei. — Assedii di Barcellona e di Saragozza. — Ritorno dell'esercito. — Rotta di Roncisvalle. — I Guasconi e il duca Lupo. — Lugubre suono di questa rotta. — La canzone di Roncisvalle. — Tracce del passaggio de' Franchi ne' Pirenei. — I corpi de' martiri. — La cappella. — La rupe e la spada d'Orlando — Romanza spagnuola di Alda la bella, sposa di don Orlando.

732 — 778.

Le spedizioni di Carlomagno furono, sin qui, in Germania e in Lombardia; il Reno, l'Oder, le Alpi, il Po, avean veduto le lance dei Franchi, folte come le messi estive agitate dai venti[174]; la corona di ferro dei Longobardi ornava la fronte del re dei Franchi; le terre d'Italia erano partite fra i suoi duchi e conti e leudi, e la Germania acclamava il re dalla gigantesca statura che conduceva i Franchi d'Austrasia e di Neustria alla conquista e al dominio della Sassonia e della Baviera. Già fin dal primo istante della sua esaltazione avea Carlomagno compiuto il soggiogamento dell'Aquitania, e la Guascogna ubbidiva alla grande famiglia de' suoi vassalli; a' Pirenei il nome suo era in grido, com'esser dovea quello del pronipote di Carlo Martello, e formidate v'erano la potenza e la forza di questo coronato capitano, benchè ancor veduto non avessero sventolar colà le sue bandiere. Ma ben presto il suono del corno stava per assordar que' forri e quelle valli, e una spedizione già era pronta a varcar quelle alpi dirupate. Or qual cagione mai traeva tanta selva di lance in mezzo alle città della Spagna? Come avvien egli che i Saracini da conquistatori stanno per divenir conquistati? Qual memoria restava di quella sanguinosa irruzione, che Carlo Martello, l'avolo di Carlomagno, arrestava nelle pianure di Poitiers?

Questa terribil giornata di Tours o di Poitiers, fu termine alle conquiste degl'Infedeli al di là de' Pirenei: la vittoria di Carlo Martello, era venuta a raccendere l'invilito coraggio de' cristiani in mezzo all'abbattimento generale degli animi e alle paure sparse pel durare d'un secolo dalle rapide e maravigliose vittorie di quei Barbari, e tanto bastò a mutar la condizione rispettiva dei popoli. Quella sanguinosa disfatta dell'islamismo diede un irresistibile impulso ai conti, ai duchi, alle intiere popolazioni della Gallia meridionale, e i cristiani quasi tutti si levarono per una poderosa crociata nella Guienna e Settimania. Fin dal regno di Pipino più non v'erano se non alcune colonie spartate di Saracini nella Provenza e nell'Aquitania, e quando Abd-Almalek, o Addamelecco bandì la guerra santa, gl'Infedeli non aveano in mano più che la sola città di Narbona. Tutta la potenza degli emiri s'era concentrata in Spagna, e nei monti durava tuttavia un'antica schiatta di cristiani, maschia popolazione, che s'era già liberata del giogo de' Saracini. Coperta di pelli ferine o d'armature fabbricate negli antri delle rupi o in qualche solitaria borgata, quella valorosa schiatta di Leone e di Castiglia scendeva di quando in quando dall'inaccessibil suo ricetto per molestare i Saracini delle città e delle campagne. In mezzo a quella lunga giogaia di monti che si stende dalle Asturie fino alla Catalogna, viveva una maschia e forte nidiata, che dovea coll'andar del tempo cacciar i Mori dalla soggiogata Spagna, e piantar sulle francate città lo stendardo della croce.