CAPITOLO V. LA CHIESA E LE SUE COSTITUZIONI SOTTO CARLOMAGNO.
Conflitto per l'unità. — Eresie. — Le due principali. — Gl'iconoclasti. — La dottrina di Felice da Urgel. — I libri carolini. — I vescovi. — Gli abbati. — Aspetto dei grandi monasteri. — La Regola. — Le cronache. — I cartolari. — Le mense ecclesiastiche. — Abbozzo della famiglia monacale. — Le terre ed i servi.
768 — 814.
La grand'opera di Carlomagno si congiunge sostanzialmente con la podestà e l'unità della Chiesa; la corona imperiale sorge accanto alla mitria pontificia, la spada presso al pastorale; i capitolari sono una perfetta confusione del diritto civile con la legge ecclesiastica. Ai primi secoli del periodo franco, l'universalità della Chiesa non è principio ammesso dappertutto; ella va debitrice del suo splendor temporale e dell'indole sua di sovranità secolare principalmente a Carlomagno, alle pratiche di quest'ultimo ed all'intimità sua con Adriano e Leone papi; donde avvien poi una specie di ristaurazione di quelle due podestà del pontificato e dell'impero, l'una delle quali tende sempre all'unità sua per istabilirsi su quella pietra da cui la Chiesa dee sollevarsi tutta rigogliosa di maestà e di vigore; l'altra attende ad ordinare il governo e la società materiale. Leone saluta l'impero in Carlomagno, e l'imperatore protegge questo pontefice doppiamente minacciato, e dal popolo di Roma e dalla moral ribellione dell'eresia; accordo misterioso che non ebbe a durar se non un tempo, però che il pontificato e l'impero si separarono, e ricominciò il naturale conflitto tra il soldato ed il cherico che già era fin dal nascere della doppia podestà dei papi. Come reprimer passioni che bollivano nel cuor dell'uomo prepotente e brutale, e strappargli dalle avide labbra la tazza del banchetto, e farlo soggetto alla castità, alla sobrietà, alla temperanza?
L'unità della Chiesa risultava dalla dottrina sua; i papi possedevano in sè l'autorità dell'interpretazione, e i concilii l'applicavano come legge civile. L'eresia era una separazione dalle dottrine fondamentali, una specie di sminuzzamento del potere; l'ingegno non s'arresta, ma procede innanzi sempre con un'azion violenta che arde e divora, e rintuzza l'autorità perch'essa vuol comandargli; quindi nasce l'amor della disamina che in un'ardente e fisicosa immaginazione va senza posa operando, e questo travaglio ingenera l'eresia. Due grandi turbazioni ebbe la Chiesa a quei giorni, l'una recatale dagli iconoclasti, distruttori delle imagini e delle statue, l'altra da Felice da Urgel, il quale interpretando in senso stretto il Simbolo niceno, negava la natura spirituale e divina del Figliuolo di Dio.
L'eresia degli iconoclasti, che fu come una rappresaglia delle barbarie, non voleva il culto delle imagini, e que' salvatichi settatori manomettevano brutalmente i capolavori delle arti, invocando l'antica avversion de' cristiani contro all'idolatria e a quell'olimpo popolato di Dei con belle forme d'oro e d'avorio uscite degli scarpelli d'Apelle[69] e di Fidia; il culto delle imagini, a dir loro, altro non era che un rinovare l'idolatria. L'ingordigia d'alcuni de' greci imperatori trovar pur volle imagini, materie d'oro e d'argento, e rubini, e altre pietre preziose da gittar come spoglie ai soldati; Carlo Martello dava i feudi e le mense della Chiesa alle sue genti, e gl'imperatori di Bisanzio distribuivan fra le loro gli aurei ornamenti dei reliquiari e degli altari. Il popolo minuto, sempre credente e sempre artista, che vuol dar corpo alle idee sue, in ciò ch'egli ama e venera, in Dio e negli spiriti celesti, era fautore ardentissimo delle imagini, chè al leggere o all'udire di qualche divota leggenda, gli nascea il desiderio di vedersela tutta, e bella foggiata sotto agli occhi, e voleva scolpirla, dipingerla per indi prostrarsegli innanzi, però che aveva l'amore e il culto del bello. Il terzo Concilio niceno accolse una dottrina di mezzo che posava sopra buoni principii; non si voleva, secondo esso, adorar le imagini, e offrir loro le stesse preghiere che a Dio ma potevasi, anzi dovevasi onorarle come rappresentazioni d'un pio pensiero, e una specie di leggenda marmorea. I libri carolini attribuiti a Carlomagno, e di cui per avventura fu autore Alcuino, sono anch'essi rivolti contro la materiale adorazione delle imagini, ed ivi si par che l'imperatore accetti egli pure, ma in senso circoscritto, alcuna delle massime degli iconoclasti. Nato egli in mezzo alle foreste, era cresciuto nell'idea d'un culto senza imagini, e certo colui che atterrato aveva in Sassonia l'idolo colossale d'Irminsul, sentir doveva qualche ripugnanza per quei santi di marmo, e per quei dipinti che rappresentavano la storia sacra.
Nel suo carteggio coi papi Adriano e Leone, Carlomagno viene a poco a poco ricredendosi dell'opinione sua eretica, promulgata dal concilio di Francoforte[70], e «s'egli scrisse, ivi dice, contro il concilio di Nicea, si fu perch'ei non ne comprese bene il senso». Infatti esso concilio non ingiungeva altrimenti d'adorare le imagini alla maniera degli antichi Greci, e conforme al culto de' pagani per gli Dei dell'Olimpo, nè di offrir loro sacrifizi, come all'Apollo dei gentili, o all'Ercole dalle forti membra, o alla Venere di Pafo; mainò; il culto de' santi altro esser non dovea che l'adorazione di Dio stesso, e la venerazione verso coloro che aveano praticati e rigorosamente osservati i precetti del cristianesimo; i santi erano i servi di Cristo, ed onoravansi come discepoli suoi, nè si adoravano. Queste dottrine, esposte da Adriano in una bella difesa dell'arte, cioè della scultura e della pittura, ricreder fecero Carlomagno delle sue germaniche opinioni contra le imagini. I libri carolini divenivano quindi senza scopo, e furono dismessi come un'antica dottrina caduta in disuso dopo l'interpretazione delle parole del concilio di Nicea. Il culto delle imagini prevalse, nel medio evo, perchè si confaceva col genio del popolo; i templi vuoti ben potevano acconciarsi alle meditazioni dei filosofi, ma il volgo avea bisogno della sua Madonna in manto celeste, del suo Cristo che il guardasse fiso e benigno, del Padre Eterno dal guardo severo, di san Pietro che cammina sull'acque, di Paolo, l'Apostolo della Grecia, e contemplar volea l'inferno in atto d'ingoiare i reprobi, e il cielo sempre aperto ai tribolati ed ai poveri di questo mondo. Queste imagini allettavano i fedeli nelle chiese, destavano in essi sentimenti di devozione, e confortavano il popolo con l'aspetto d'un avvenir di perdono pel giusto, e di tremende pene pel reo. Questo culto delle imagini produsse i bei dipinti, e creò i capolavori dell'Italia, principiando dai freschi del Campo Santo[71], fino al Giudizio universale di Michelangelo, nella cappella Sistina.
Mentre l'eresia degli iconoclasti va dileguandosi e perdendosi, sorgon quasi al tempo medesimo le dottrine di Felice da Urgel, le quali dottrine non erano, checchè ne scrivan taluni, sue originali, ma sì di Elipando, vescovo di Toledo, nato sotto quel medesimo sole di Spagna, che divampar fece più volte le fantasie de' Visigoti, e erano un tralignamento e deterioramento delle dottrine ariane. In mezzo ai Saraceni di Spagna, ed in tempo che era d'uopo liberare il paese con la forza e l'unità cattolica, l'apparizion di questa dottrina mosse un gran sollevamento e una funesta guerra civile; Felice da Urgel, si fece propugnatore dell'eresia, concetta nei termini qui appresso. Il simbolo degli Apostoli diceva: «Cristo figliuolo procede dal padre come sua carne e sangue suo.» Nè Felice negava, come gli Ariani, la divinità di Gesù Cristo, ma dicea che egli era sol figliuolo di Dio per adozione, modo filosofico di spiegar il mistero della Trinità che confonde la mente. Elipando, già vecchio, austero di costumi, cristiano e vescovo, scriveva assai, nè la perdonava, con l'aguzza sua penna, a chiunque facevasi a contender con lui nella dottrina. Felice, all'incontro, era giovine, d'indole soave, trattoso, senza macchia, assisteva alle preci con iscrupolosa pietà, e digiunava con grandissimo rigore.
I due eresiarchi fecero, con la loro predicazione, smisurati progressi nelle provincie meridionali, dove l'arianesimo avea, già tempo, signoreggiato le menti ed i cuori. Ma trovarono un valorosissimo avversario alla loro predicazione in papa Adriano, che conservar volea l'unità della Chiesa in questo conflitto di dottrine e di passioni, ed in quel modo che combattuto avea gl'iconoclasti, si chiariva contra l'eresia di Felice, la quale fu eziandio condannata dal concilio narbonense, a cui convennero i vescovi della Gallia meridionale. Era bisogno attraversarsi al contagio che già dilatavasi per tutte le città e fra il popolo della campagna; e l'avversario più formidabile dell'eresia, quello che la ferì al cuore, si fu Carlomagno, il quale vedeva in essa una reazione del Mezzogiorno contra il Settentrione. In mezzo dunque alle sue vittorie su i Sassoni, egli convocò un concilio in Ratisbona, dov'ei comparve col severo suo cipiglio, e con quell'occhio di bragia che tremar faceva i più animosi guerrieri. Felice presentossi umilmente, s'inginocchiò dinanzi all'imperatore e ai padri, ed attese la sua sentenza. «Felice, gli disse Carlomagno, ritratti tu quanto hai scritto? Spiega le tue dottrine.» E Felice, tutto tremante, svolse le sue dottrine sull'Incarnazione, che inorridir fecero, siccome la storia del concilio riferisce «Assai male, disse l'imperatore, ma pur vanne a Roma ad aggiustarla col papa.» Felice, in obbedienza, partissi per Roma, dove, inginocchiatosi dinanzi Adriano, fece la sua ritrattazione nella chiesa di san Pietro.
Elipando non seppe come lui acquistarsi il merito del pentimento, chè vecchio pervicace com'egli era, scrisse anzi parecchi libri a difender la sua dottrina; la quale facendo sempre maggiori progressi, che rendean testimonio del rinforzare ogni dì più dell'eresia, Carlomagno convocò un nuovo concilio a Francoforte, ci venne in persona con bellicoso apparato, e di nuovo intender vi fe' la sua voce. «Santi vescovi, diss'egli, da un anno in qua che questo pessimo lievito dell'eresia, si va più che mai dilatando, l'errore ha penetrato fino nei più rimoti distretti del nostro regno; onde io credo necessario di stirpar dalla radice questa mala pianta con una censura dommatica». Il concilio di Francoforte dichiarò infatti, che la dottrina di Felice era una sinistra e diabolica inspirazione. Grande sconvolgimento recò nella Chiesa la predicazione di questa eresia, e occupò tutto il pontificato di papa Adriano, quell'accorto Romano che aveva a difendersi nel medesimo tempo contra i Greci, i Longobardi e la rapace ambizione del principe de' Franchi. Tutte le eresie del medio evo, non altramente che nella prima Chiesa, si riferivan pur sempre o a qualche scuola filosofica del mondo antico o al sincretismo della scuola alessandrina, perpetuo conflitto tra le idee ed i principii che costantemente dividono gl'intelletti: l'autorità, la disamina, l'unità, lo sminuzzamento. Le forme sole si cambiano, ma le idee restano sempre le stesse, e i principii passano invariabili a traverso dei secoli, solo pigliando veste nuova. Così Felice da Urgel rinovava peritosamente le dottrine di Nestorio e degli Ariani, e siccome in quei paesi meridionali le fantasie corron dietro a tutte le novità, così la setta degli Albigesi, collegar potrebbesi con queste prime predicazioni del detto Felice, chè già il terreno era preparato per ogni sorta di nuovi semi.