Il secondo precetto di San Benedetto era questo: «Fratelli, coltivate la terra, lavorate, arate.» E appunto da esso procedevano que' grandi coltivamenti delle foreste e dei deserti. I Bollandisti, quegli infaticabili ricoglitori delle antiche leggende, ci hanno dato a conoscer la vita intima di quei fondatori dei monasteri, che ritiravansi in orridi deserti fra i bronchi e gli spini, allargavan le loro colonie a Mezzodì, sotto que' soli ardenti, ed aveano a combattere contra il velenoso serpente, la vipera acquattata sotto le pietre, la molesta salamandra, e l'aspide mortale, celato fra l'erba fiorita. Al settentrione in vece, que' poveri padri aveano a difendersi contra i lupi, che a branchi scorrevano la pianura; contra il terribil cignale, e l'astutissima volpe che facea la guerra al pollaio e alla greggia. Poi que' buoni religiosi contrastavano, con invitta perseveranza, contra una ingrata natura, rompevano, a forza di marra, lo steril macigno, e spianavano l'incolto terreno, nè eran usi scegliere il miglior suolo, ma tale essi il facevano, e in breve bei vigneti, prati condotti ad arte e verzieri, succedevano a quelle balze selvagge. Ogni monaco era ortolano, e al primo tocco del mattutino, ognuno ponevasi al lavoro; poi ci tornava dopo le preci, senza lasciarsi mai scorare da impedimento che fosse; tutti, come dice frate Adalberto, fino a notte sudavano, e quando poi la terra intorno al monastero era ben coltivata, qualche famiglia di coloni veniva a lavorar con loro, ed a viver sotto le loro leggi. Il servo che fuggiva dal maggiordomo troppo disumano del feudatario, riparava nel monastero, sotto la protezione delle immunità sue, all'ombra del pastoral dell'abbate, nè ad alcuno era lecito penetrare in quel santo asilo; il medesimo scherano fermavasi pauroso sulla soglia per tema di non aver petrificati i piedi, però che mille leggende raccontavansi di chi avea posto la mano nel bene altrui: un tale avea fatto per rapir certa trave da una chiesa, e le sue mani v'eran rimaste appiccate, ad esempio dei violenti che non rispettano l'avere altrui; un altro era stato sì ardito da romper con man profana i sigilli d'un'arca, ed ecco che un tremito improvviso gli avea prese le membra, con bava che gli uscia di bocca, e così, finchè il Santo medesimo era venuto a perdonargli. Maravigliose leggende, che in que' tempi di violenza frenavano la mano del forte e del brutale.

Oh quante anime lacerate dal dolore ricoveravano in quelle solitudini del deserto! quanti venivano nei monasteri a cercar porto dopo le tempeste della vita! I servi ivi eran quasi tutti volontari, sì dolce era il reggimento di Dio, nè alcuno attentavasi d'affligger con battiture le loro spalle gravate di tante fatiche. Il pastorale era una verga proteggitrice, non punitrice.

Poi, fra breve, accanto alle badie sorgevan villaggi sotto la loro speciale giurisdizione, ed esse concedevano tratti più o men grandi di terra da coltivare ai servi e ai coloni, senza fitto nè livello di sorta. Ogni monastero possedeva di ampie tenute, procedenti alcune dai doni di re o baroni, e altre dall'industria stessa dei monaci nel dissodare e coltivare la terra. Presto mi avverrà, con l'analisi del Poliptico d'Irminone, di narrar tutta questa innumerabil famiglia di monasteri, la coltivazion delle terre, la quantità dei servi che le abitavano, la differenza fra i coloni ed i servi sotto schiavitù, la diversa natura dei terreni, la loro girevole varietà, i loro frutti, le gravezze loro. La gran famiglia dei monaci di San Germano, di San Martino di Tours, di Fulda, di Jumieges, di San Benedetto, propagginavan colonie sino ai confini dell'Italia e de' Pirenei; gli abbati eran veri sovrani, ma buoni e paterni, indipendenti dai vescovi; ma non sì tosto traviavan dalla Regola, il papa scrivea loro di rientrar nella disciplina, santa non essendo la vita monacale presso a Dio, se non per l'umiltà e fraternità universale. E che cosa era infatti il monastero sotto i Carolingi? non altro che una gran congregazione di fratelli tutti eguali sotto un abbate, dittatore, il più delle volte, elettivo, che riduce così a realtà que' grandi principii di governo: l'eguaglianza, la fraternità, la gerarchia, l'elezione, la podestà forte e grande sotto una regola, una gran carta comune.

Lo storico che voglia formarsi un giusto concetto di questo periodo del medio evo, dee ad uno ad uno squadernar i cartolari delle badie, e quegli archivi rosi dal tempo; chè ivi si trovano tutti gli affetti, tutte le consuetudini della vita fra quell'antica società: ivi la nota del battesimo che lancia l'uomo nella vita, ivi del matrimonio che lo congiunge alla donna, ivi della morte inesorabile che a tutti ed a tutto lo svelle. Nei cartolari si trovan pure i contratti per la vendita d'un servo, l'emancipazione di uno schiavo, la donazione d'un campo, l'allegagione, la misura dei terreni, il fitto. La cronica ci narra i fatti generali della storia, i fenomeni della natura, il turbine che svettò i campanili, il vento che fece suonar le campane, i lupi che a grandi torme scesero alla pianura; la cronica raccoglie le memorie dei combattimenti, delle spedizioni militari, dei costumi, delle usanze de' cavalieri; la pia leggenda ci racconta la vita di qualche povera pastorella, da Dio recata a grande stato per insegnare agli uomini il rispetto dovuto al seno verginale della fanciulla e alla castità della donna; il diploma e il cartolare son come il ragguaglio di questa vita pubblica[73]. Leggete: qua una pia dama, di nome Ildegarda, o Berta, o Batilde, dona ad un monastero un tratto di terreno, con livello in danaro, per averne in cambio orazioni propiziatorie dopo la morte sua; colà il leudo, il conte, il re, tremendi potentati, si ricordano l'eguaglianza del sepolcro e la morte che viene, e parendo loro d'udir suonare la campana de' morti, in mezzo alle loro corti bandite, s'affrettano a dettare ne' cartolari: «Vogliamo che sien celebrate messe pel riposo dell'anima nostra, e fatta elemosina ai poveri.» E questa voce elemosina si trova in quasi tutte quelle pergamene.

Nell'età del vigore e della vita, impeto e passioni violente: nell'età della vecchiaia e della decrepitezza, debolezza e pentimento, e quindi l'aspergersi di cenere che quei cavalieri faceano, appoggiati sull'elsa della spada foggiata in forma di croce. E tuttor li veggiamo, quei prodi paladini, nelle loro marmoree figure, smozzicate dal tempo o dalla mano degli uomini, chè noi non abbiamo a cosa del mondo avuto rispetto, ed immemore troppo de' suoi padri la presente generazione ha frugato con sacrilega mano fin entro alle tombe. Dio non voglia ch'ella sia rimeritata con egual misura!

CAPITOLO VI. L'INSTITUZIONE PRINCIPALE DEI MISSI DOMINICI.

Origine dei missi dominici. — Mobilità dei magistrati. — Giuramento dei vassalli. — Tributi. — Ufizio dei missi. — Capitolari ond'è ad essi affidata l'esecuzione. — Toccasi della giustizia. — Delle persone. — Delitti pubblici e privati. — Giurisdizione assoluta sui placiti, sui conti e sui giudici. — Soprantendenza sui monasteri. — Sulle mense reali. — Relazioni dei missi dominici all'imperatore. — Teodolfo, un di questi nel Mezzodì. — Poema intorno alle sue rimembranze.

802 — 811.

Nell'instituzione dei missi dominici, o messi, o inviati regi, ristringonsi la mente amministrativa, e la formula personale, se così mi è lecito dire, di Carlomagno. I conti, i difensori delle marche o frontiere ed i duchi, altro non sono che uomini da guerra introdotti nella gerarchia ad amministrar le rendite, la giustizia, ed a difendere il territorio; laddove i missi dominici formano il fondamento di tutto l'edifizio politico dei carolingi; nessun atto di rilievo si fa senza di loro, e rappresentanti lo stesso imperatore, riproducono la podestà sua in tutti i luoghi, che, onorati della sua confidenza, discorrono. La quale smisurata autorità loro si spiega per la medesima costituzion dell'impero da Carlomagno governato, il quale impero non ha nè confini ben fermi, nè limitazioni delle provincie esattamente segnate, laonde tutto incerto essendo e indeterminato, è bisogno d'una specie di magistrato ambulatorio, d'un'autorità girovaga che esamini in nome del principe lo stato del paese, i diritti e gl'interessi di tutti, e tali appunto son gli ufizi dei missi dominici; messi del padrone, uomini della sua casa, che gli fan relazione di quant'ebbero a vedere nel loro politico itinerario; hanno essi facoltà d'inquisire, di giudicare, di sospendere, di sentenziare su tutte le questioni che si agitano nei placiti reali.

Siffatta instituzione non piglia, a dir vero, grandezza e consistenza se non al tempo in cui Carlomagno è sublimato all'impero, poichè fin a tanto che in fronte a innumerabili eserciti gli convenne andar conquistando in Sassonia, in Lombardia, su' Pirenei, all'Ebro, egli non potè se non indirettamente applicarsi all'interna amministrazione. Ma coronato ch'egli è a Roma, e con la palla in man dell'impero, ei dee naturalmente ordinar le provincie, collegarle ad un centro comune, ed a questo unire l'instituzione dei missi dominici, che erano quasi sempre eletti fra i vescovi e i conti. Il primo capitolare intorno a questi commissari regi, reca la data del secondo anno dell'impero, e tratta d'una generale inspezione delle provincie. «Il serenissimo e cristianissimo Carlo imperatore (così il capitolare) fatta una scelta de' più prudenti e savii signori della sua corte, così arcivescovi, vescovi ed abbati come laici, gli ha mandati in giro pel suo regno, a invigilar che i suoi sudditi vivano secondo la retta disciplina, a quelli commettendo d'informarsi e fargli quindi sapere, ciò che esser vi può nelle leggi di contrario al bene e alla giustizia, per opporvi riparo con l'aiuto di Dio, e affinchè niuno, possa, come di frequente avviene, andar contro la legge scritta, e recar pregiudizio alle chiese di Dio, ai poveri, alle vedove, agli orfani, nè ad alcun altro cristiano. Così pure affinchè ognuno conducasi con prudenza e giustizia, e attenda alle cose sue e della sua professione, lasciando da parte l'amor dell'illecito guadagno. Affinchè, similmente, le religiose sieno ben custodite, i laici e i secolari vivano onestamente secondo le leggi loro, senza commetter delitti; affinchè tutti, in somma, vivano in pace e carità. Questi messi han pur carico di cercare diligentemente se vi sia chi abbia a richiamarsi di qualche ingiustizia, a serbar così la giurata fede, ed a rendere a tutti piena giustizia; e se mai avvenga qualche caso, che neppur con l'aiuto del conte della provincia abbiano potuto renderla, scrivano di ciò in chiari termini nei brevi che indirizzeranno all'imperatore. Nè lusinghe, nè doni, nè parenti, nè timor di potenti li trattengano principalmente dal render giustizia. L'imperatore ordina altresì, che ogni uomo del suo regno, sia ecclesiastico, sia laico, rinovi al sovrano il giuramento fattogli quando non era se non re, e questo a principiar dell'età di dodici anni, ed a tutti sarà pubblicamente spiegato il valore di esso giuramento che gli obbliga a serbar fede all'imperatore tutto il tempo del viver loro, a non introdurre nemici nell'impero suo, ed a non lasciar che si commetta contro di lui infedeltà veruna.»