Alcune iscrizioni in geroglifici scolpite sulle roccie, nelle vicinanze delle cave, indicano in quale modo si eseguissero i trasporti dei materiali delle cave alla sponda del Nilo.
Qualche volta s'impiegarono oltre otto mila uomini, una buona parte dei quali erano Ebrei, probabilmente prigionieri di guerra.
Tutto questo numeroso stuolo di gente, diretto da alti impiegati civili e militari, da esperimentati artisti e scalpellini, aveva l'incarico di trascinare sopra slitte i blocchi grossolanamente lavorati dalle cave al fiume.
Al seguito vi erano molti carri tirati ciascuno da sei paia di buoi pel trasporto delle provvigioni pel nutrimento degli operai, molti dei quali morivano di stenti e di fatica.
A Konombo tanto sulla destra quanto sulla sinistra sponda del Nilo le terre si fanno più deserte e giallognole; il colore di quei pochi abitanti si fa sempre più bruno; scarso è il loro indumento; più meschini e più radi i villaggi.
Tutto quanto lo sguardo abbraccia non è più egiziano, è nubiano. Il sole si fa più cocente e nel discendere dal battello vediamo ad occidente ergersi maestoso, sopra un desolato monte, il gran tempio di Konombo. Di mano in mano che colle solite nostre cavalcature (Bourik) ci avviciniamo al tempio appare sempre più spiccata la desolazione di quei terreni un tempo popolati.
Ora più non rimane un casolare, non una traccia di quegli antichi abitatori cacciati altrove dalle sabbie del deserto e dalle piene del Nilo.
Questi stessi nemici, che distrussero le abitazioni degli uomini, non tarderanno a mandare in completa ruina la magione degli Dei.
Qualche secolo ancora, ed il tempio di Komombo non esisterà più, poichè mentre la sabbia del deserto va sempre più invadendo le sue camere e le sue sale, il Nilo sul davanti, scalzando il monte, ha già ingoiata una delle costruzioni laterali del tempio.