Si parte dalla stazione di Ismaïlia; il vento si fa vieppiù gagliardo; soffia dal Sud come un alito infuocato pieno di polvere in modo da non potersi respirare. Tutto è chiuso nei vagoni e pel contrasto colla temperatura esteriore pare quasi nell'interno trovare un benefico refrigerio.
Nessuna nube all'orizzonte; un denso velo a tinta lugubre copre il giorno, come lenzuolo funereo. Di quando in quando uno squarcio nell'atmosfera ci permette di vedere un globo rosso opaco; è il fulgido sole di Egitto sotto l'influenza di quella pesante cortina tesa dal Kamsin dall'uno all'altro orizzonte.
Siamo giunti a 20 minuti oltre Ismaïlia, e che vediamo alla destra della ferrovia? Case in ruina, grandi edifizi col tetto crollato e colle sole mura in piedi, una chiesa, una moschea per metà distrutte; a sinistra ancora altre ruine per una grande distesa e subito il nostro pensiero intuisce essere quello il campo di una vasta città morta e che il Kamsin pare voglia seppellire nella sabbia.
Infatti ci viene detto essere la città El-Guisr o El-Guirch, costrutta durante il periodo dei lavori pel canale, floridissima a quell'epoca ed oggidì affatto abbandonata.
Intorno ad El-Guirch sorgevano i più grandi cantieri per lo scavo del canale; ed è a El-Guirch che si trovava la più profonda trincea; è ad El-Guirch che teneva il suo ufficio di Direzione e la sua residenza il già noto ingegnere Gioia.
Parecchie migliaia di operai erano ivi concentrati; vi erano stabilimenti, uffici, botteghe; una vita febbrile era mantenuta dall'andare e venire di tanta gente; ingegneri, operai, mercanti, tavernieri tutti quanti attratti in questo punto del deserto dalla vastità dell'incognito, tutti adescati dal miraggio, che brillava alla loro immaginazione per la grande impresa di Ferdinando Lesseps; tutti quanti orgogliosi di vedere sotto i loro occhi compiersi la grande opera sognata dalle generazioni e sino allora rimasta irrealizzata.
Ed ora più nulla; nulla che qualche beduino o qualche cane del deserto, che vengono a rifugiarsi dietro qualche ala di muro contro la polvere ed il vento; nulla in quelle larghe strade; nessun altro rumore tranne quello del fischio dell'uragano e del rabbioso crepitìo della sabbia!
L'evocare questo passato così a noi vicino e così pienamente distrutto riconduce il mio pensiero verso quelle città dell'antico Egitto rimaste durante secoli e secoli simili a sè stesse e morte per lenta agonia, dopo un vivere lungo e tranquillo; e l'apparizione di questa città fantasma intravveduta, correndo, sotto un cielo lugubre in mezzo alla tempesta di sabbia mi sembra la visione fantastica di alcunchè di mostruoso e di avverso alle leggi della natura. È legge fatale della vita che tutto quanto cessa dal progredire non solo rimane indietro dal movimento umano, ma si esaurisce.
La vaporiera affaticando e sbuffando continua a trascinare il treno attraverso al deserto, malgrado i colpi di vento che lo scuotono ed i turbini di sabbia che lo avvolgono. Tuttavia sembra il vento diminuire e la sabbia sollevata è meno intensa; davanti a noi non più il deserto, ma una laguna o meglio un lago salato a rive piatte; è il lago Ballah; poi a destra il canale marittimo. Noi siamo circa al 60º chilometro del canale da Port-Said e da questo punto non cessiamo più di costeggiarlo. Al chilometro 54 scorgiamo una stazione. Tre navi, che il Kamsin impedisce di progredire, si trovano ormeggiate nei pressi della stazione.
Fra esse vi è il Merikh, nostra vecchia conoscenza.