Era troppo dignitosa per uscire dal convento, in cerca d'un altro sposo, come non avrebbero mancato di dire i malevoli.
Ma vi rimase senza passione e senza convinzione.
Il bene, che faceva per vero sentimento di carità, avrebbe preferito farlo senza quella messa in iscena di regolamenti e di costume, e sopratutto senza quella privazione d'ogni affetto durevole, che la isolava e le assiderava il cuore.
La sua anima appassionata prendeva a ben volere tutti gli infermi, tutti i trovatelli abbandonati.
Poi, gli infermi che la morte risparmiava, se ne andavano, e non li rivedeva più.
I trovatelli venivano reclamati dai parenti, da una nutrice, da un primo venuto, che ne aveva bisogno per farsi servire, ed essi pure se ne andavano, e non li rivedeva più. Tutti i suoi affetti erano troncati, e la monaca rimaneva sempre sola.
Intanto gli anni passavano, ed a misura che cresceva in età, suor Maria trovava più gravosa quella vita di soggezione; anche la sua salute s'era alterata in quella reclusione continua, nell'aria malsana degli ospedali.
Più volte i medici l'avevano consigliata a svestire l'abito religioso per tornare ad un'esistenza più confacente alla sua salute delicata.
Suo padre, morendo, le aveva lasciata una rendita sufficiente pe' suoi bisogni. Allora era già lontano il tempo in cui si sarebbe potuto supporre che uscisse dal convento per la smania di pigliar marito. Non era più giovine, ed il mondo non si curava più di lei.
Eppure d'anno in anno differiva quella risoluzione.