«Pel resto della serata non si parlò d’altro che della festa. Si disposero, colla fantasia, le sale, i lumi, i rinfreschi. Dei rinfreschi molto ridicoli, che noi credevamo adatti ad una festa campestre, tutti di frutta, di latte, di cose di campagna, ed assolutamente disadatte ad un ballo.

«Io, che ebbi sempre un senso esagerato di pietà anche per le miserie che lo meritano meno, ed un bisogno inconsiderato di larghezza che ha mantenuto sempre lo squilibrio nel mio bilancio con una costanza degna di miglior causa, avevo immaginata un’altra assurdità, che mi pareva magnifica: di spargere qua e là per le sale, sui mobili, delle scatole di guanti. E questo perchè mi ero commossa sproporzionatamente alle piccole festine di provincia dov’ero stata, vedendo dei giovanotti, poveri impiegati della posta, del telegrafo, della prefettura, con dei guanti troppo vecchi e sporchi.

«Andammo a letto colla fantasia eccitata, gloriose di quell’avvenimento insperato, che permetteva alla nostra vanità di fare degli inviti, di ricevere, d’essere ringraziate e ricercate dai ballerini, come lo sono sempre, ad un ballo, le padroncine di casa, anche quando non sono punto attraenti.

«Il domani la Giuseppina, che non rideva più, volle stendere la lieta degli inviti, e, naturalmente, mettemmo avanti a tutti le Liprandi, felici di potere in quell’occasione riparare alla scortesia che avevamo dovuto fare nell’estate, per quel disgraziato invito a pranzo, e di ricuperare la loro amicizia.

«Non si può immaginare cosa più stravagante di quegli inviti che combinavamo pel nostro ballo.

«Mentre doveva essere una seratina affatto intima, agli uomini si doveva mandare un invito, scritto o stampato, ma sempre un invito formale per lettera, perchè noi di uomini non ne conoscevamo neppur uno. Il nonno non voleva giovinetti per casa. Si dovevano dunque invitare i ballerini dai guanti vecchi, che avevamo veduti nel carnovale alle festicciuole dove avevamo fatta la nostra breve comparsa prima di mezzanotte, ed altri giovani che vedevamo in istrada, e dei quali sapevamo appena il nome, oppure non lo sapevamo nemmanco, e contavamo di domandarlo sui connotati.

«Cominciammo a parlarne colle cugine, poi colle prime amiche che incontrammo. La voce corse, e ben presto tutte le nostre conoscenti furono informate che nella primavera vi sarebbe una festa da ballo alla nostra villa.

«Un bel giorno, dopo un lungo abbandono, capitarono a farci visita le Liprandi tutte in ghingheri, e ci dissero con quel loro fare tanto affabile e grazioso:

— «Abbiamo sentito che ci farete ballare, nevvero?

«Noi, che non vedevamo l’ora di dare la stura alla grande nuova, con tutto il suo seguito di progetti, confermammo gentilmente l’invito, sottinteso nella loro domanda, e cominciammo subito a discorrere della disposizione dei locali, e dell’orario, e dei vestiti...