Si mise a ridere e mi carezzò i capelli, dicendo:

— Bambina! Perchè non avrei dovuto venire?

Assolutamente non sapeva nulla. Per istinto in quel momento ne fui consolata.

— Meglio così, pensai. Forse non mi avrebbe perdonata.

Avevo consegnato quella lettera ad un fattorino di piazza, che non gliel'aveva portata.

Quella sera non fummo soli un momento. La mattina, quando venne a prendermi, ero vestita da sposa e circondata da parenti ed amici. S'andò subito al Municipio, poi in chiesa. Anche volendolo, non avrei potuto ritentare la mia confessione. Ma non volevo più. Avevo veduto troppo davvicino il pericolo di perderlo, la gioia immensa di ritrovarlo, per espormi un'altra volta a quel rischio.

Il mio dovere l'avevo fatto. Il caso, la Provvidenza forse, aveva impedito alla mia confessione leale di giungere fino a lui; io non ci avevo colpa. Venni a transazione colla coscienza, e lo sposai col mio segreto nel cuore.

IV.

Partimmo soli; andammo a Firenze, a Roma, a Napoli. Si passava di bellezza in bellezza; era una serie d'emozioni, di sorprese, di gioie insperate.

E la più cara era quella di sentirmi in una situazione legittima. Di pensare: