—Quando tornerai?
—Chissà! rispose Vincenzo. C'è un tratto da Napoli a qui. Quando potrò avere un permesso un po' lungo….
—E…. tornerai solo? domandò Vicenzino esitando.
—Come, solo? ripetè l'altro. Poi, ad un tratto indovinando dal sorriso di Vicenzino cosa aveva voluto dirgli, esclamò con una risata:
—Ah! no no. Dio mi scampi! voglio la mia libertà. Il matrimonio non lo desiderano che i preti, perchè non lo possono fare.
Vicenzino sentì un brivido corrergli per tutto il corpo. Era per questo che si era sacrificato!
Gli anni passarono lenti, monotoni, tristi nella casa parrocchiale. Il vecchio s'andò lentamente spegnendo, perdendo ogni giorno una parte delle sue facoltà, finchè chiuse gli occhi, ed il giovane parroco rimase solo. Solo a trent'anni, senza fervore religioso per riempirgli il cuore, camminando faticosamente sull'arida via del dovere. Il suo aspetto concentrato e mesto non gli ravvicinava i cuori. Tutti lo rispettavano, era circondato di stima, ma non aveva amici. Era sempre pallido e magro, la sua persona alta e fine s'incurvava come quella d'un vecchio, ed i capelli biondi cominciavano ad incanutire. In paese dicevano che si distruggesse a forza di macerazioni e digiuni devoti. Lo credevano un santo: nessuno sapeva che era un martire. Qualcuno cominciò a dire che era di quei cristiani entusiasti, di cui si fanno i missionari. Altri ripeterono che voleva farsi missionario. La voce finì per diffondersi in paese: «Il parroco va in missione alle Indie.»
Vicenzino lo seppe, ma non aveva la vocazione nè l'energia per quell'impresa. E continuò la sua vita monotona, triste, solitaria.
Un giorno, dopo cinque anni, l'Elena gli scrisse una lettera disperata. Suo marito era morto di febbre gialla sul bastimento che li riconduceva in Italia. Era sbarcata a Genova con un bambino. Non aveva coraggio di vivere fra la gente; il movimento della città la spaventava. Gli domandava di accoglierla. «Sarò la custode della tua casa, e tu alleverai il mio povero Vicenzino. Mi perdonerai il mio immenso dolore. Non sarò una compagnia piacevole come altre volte; ma ti compenserò col mio affetto della tua grande bontà, e tu m'insegnerai colla tua fede a rassegnarmi…»
Fu l'ultimo sfogo di passione, l'ultima convulsione di pianto, che scosse l'anima forte e combattuta di Vicenzino. L'ultima lotta della sua vita. Rispose all'Elena.