Marco rimaneva intento su quella carta, col capo fra le mani, fantasticando tutto quel passato triste, quelle date funebri che avevano funestata la sua famiglia; e non poteva scacciarsi dal pensiero quell'età: ventisette anni. Tutti erano morti prima di compire i ventotto. E lui ne aveva quasi ventisei.
Se anche lui avesse dovuto morire fra un anno, fra pochi mesi! E lasciare la sua sposa vedova, così giovinetta… E magari con un bambino; un bambino gracile, malaticcio, come i figli della povera Elena… E condannarla ad una vita d'abnegazione e senz'amore come quella della sua mamma!.. Oh Dio Dio! Ma perchè morivano tutti. a quell'età? Che maledizione li perseguitava?
Lui era sempre stato assente in quelle circostanze. Aveva passati sei anni in Isvizzera; i particolari delle malattie che gli avevano portati via tre fratelli li ignorava. Ma doveva essere una soia identica malattia; una triste eredità di famiglia.
Impaziente, nervoso, frugò ancora fra le carte, e tirò fuori le dichiarazioni mortuarie del medico, delle quali sua madre aveva serbate le copie.
«Tisi polmonare. Tubercolosi. Tisi galoppante…»
Marco s'era fatto pallidissimo, fino le labbra erano bianche. Tremava tutto, aveva le mani diaccie, ed un infinito abbattimento lo invadeva come se stesse per morire.
—La tisi non perdona. Io pure dovrò andarmene come i miei fratelli. Questo pensiero si formulò nel cervello di Marco come una verità accertata, indiscutibile. Gli pareva impossibile di non averlo saputo prima. Era alto e sottile; era magro anzi. Ecco perchè sua madre non gli aveva mai voluto parlare delle malattie de' suoi poveri morti.
Gli diceva che quel discorso la rattristava troppo. Ma invece, era per non impensierir lui, che lo sfuggiva. E suo padre pure era morto prima dei ventotto anni, d'una malattia di languore, diceva la vedova. Doveva essere lo stesso male che si era riprodotto nei figli. Marco esaminò le dichiarazioni mediche che rimanevano, spiegazzando le carte con mano febbrile. Anche il padre era morto di tisi polmonare.
Marco ripensò i bambini di sua sorella pallidi e biondi, colle manine lunghe o la vocina esile.—Così sarà tutta la nostra generazione. La mia, perchè quei bambini non vivranno tanto da procreare altri infelici…
Tutti i sogni ridenti che aveva portati da Gradate erano dileguati; pareva che gli avessero steso dinanzi un velo nero fitto.