Intitolando questi racconti: Senz'Amore, ho voluto alludere alla tristezza, alla solitudine, all'abbandono sconsolante di molte esistenze, sulle quali la grande passione che nacque con Adamo e che morrà soltanto coll'ultimo uomo, se pure morrà, non ha sparso le sue grandi commozioni, le sue gioie vive ed i suoi vivi dolori Ho voluto dire che le miserie umane sono infinitamente più cupe quando non hanno quel conforto: e che, fra i poveri, fra gli infelici, fra i diseredati, i soli assolutamente diseredati, assolutamente infelici, assolutamente poveri, sono quelli che non amarono, o non furono amati: la povera Cecchina della Fede, la madre di Marco nella Confessione, le due vecchie delle Vite squallide, Le Affittacamere, Vicentino il prete, Pietro ed il ciuchino delle Briciole d'Epulone.

Non è una tesi che mi sono proposta, e non ho inteso insegnar nulla nè rimediare a nulla. Non si può mettere l'amore dove non c'è; e, ad ogni modo, non so chi la provvidenza potrebbe incaricare di questa briga. Ho voluto fare degli studi dal vero su questo tema, come nell'altro volume che seguirà questo,—quando seguirà,—e che s'intitolerà Amore, studierò il conforto che questo sentimento può recare alle miserie della vita, e di che illusioni, di che poesia, di che sorrisi, di che idealità può arricchire le più povere esistenze.

Saranno due studi che avrò fatto per amor dell'arte, come un pittore fa degli studi di paesaggio o di figura, senza pretendere di bandire la legge dell'amore, o di imporre una multa a chi non è innamorato.

Avrei fatto a meno di scrivere questa prima pagina, quando era già composta l'ultima, se i dubbi del proto non mi avessero fatto temere che il mio titolo potesse far prendere in isbaglio il volume per un libro di morale o un libro di scuola, che proprio, con mio sommo rincrescimento, non è.

PSICOLOGIA COMPARATA.

Il pollaiolo fece entrare il cuoco di casa Trestelle nella retrobottega, a vedere il suo nuovo apparecchio per l'ingrassamento meccanico dei volatili. Lo aveva fatto venire da Parigi; una riduzione di quello inventato da Odile Martin; costava cinquecento lire. Era una grande stìa, o piuttosto un piccolo carcere cellulare di forma cilindrica. I polli avevano una cella per ciascuno; erano incatenati pei piedi al fondo; non si potevano muovere, nè vedevano nulla a destra nè a manca. Udivano gli altri prigionieri gorgogliare qualche cocò-cocò, o mandare una specie di rantolo; e sporgevano il capo curiosamente dal vano dinanzi della stìa; ma non vedevano che la penombra vuota della stanzaccia, che era quasi una cantina, perchè si dovevano scendere parecchi scalini per arrivarci, ed era debolmente rischiarata da due fori aperti nell'alto della parete.

Dagli occhi di quei polli sì vedeva che erano tutti impensieriti. Rispondevano cocò-cocò sullo stesso tono sommesso, poi tornavano a sporgere il capo colle pupille lucenti come fiammelle, ed il loro sguardo, ed il movere inquieto del collo parevano dire:

—Dove sono quegli altri?

Quella stìa di nuovo genere non aveva nè beccatoio nè beverino.

—E il becchime? domandò il cuoco di casa Trestelle.