—È sempre meglio che condurlo alla scuola dei veterinari, dove, invece di curarle, le bestie malate le fanno morire con un'acquetta, per guardarci dentro e studiare le malattie.
L'ortolano rimaneva impaurito dinanzi a quest'alternativa, e l'altro riprese:
—Del resto si può fare anche senza del veterinario. Se aveste un temperino….
Il padrone del ciuco entrò nell'osteria, e ne uscì con un cameriere in abito nero e sparato bianco, che pareva un signore. Aveva anche un temperino in mano, e sorrideva di quei due villani, e dell'asino, e del male, e di tutto.
—Dov'è che si deve fare questa grande operazione? domandò con aria di sprezzo, accostandosi al ciuco ed arricciando il naso, perchè la botola delle spazzature aperta mandava un puzzo atroce.
I due contadini, un guattero, un carbonaio, alcuni garzoni delle botteghe vicine, gli si fecero intorno curiosi.
—Ma piove, gridò il cameriere; non sentite che la pioggia bagna? E diede uno spintone all'asino per cacciarlo più contro il muro e mettersi lui al riparo sotto la grondaia mentre lo operava. Gli altri non badavano a quella pioggerella minuta, e strinsero il cerchio per veder a tagliare e ad uscire il sangue.
Pietro pure voleva vedere, e cercò di farsi posto; ma il suo padrone lo cacciò via. Egli si mise a strascicarsi intorno, tentando di rizzarsi sulle spalle degli altri; ma tutti lo respingevano, ed era troppo piccolo per vedere stando dietro. Allora s'affrettò, inciampando e dondolando, fino al suo carro, e salì in piedi a cassetto. Era un po' lontano, ma era alto, e di là vedeva tutto. Fremeva d'impazienza e di curiosità. Allungava il collo, protendeva la testa enorme, e la sua facciona gialla, più gialla del solito, quasi livida, sembrava animarsi in quell'eccitazione dell'aspettativa feroce. Fissava gli occhi iniettati e lucenti sulle mani del cameriere, sul dorso gonfio dell'asino, come assetato di sangue, come se dovessero cavarlo alla bestia per darlo da bere a lui.
Rideva di un riso muto, colla bocca aperta e le labbra tese sui denti grigi; rideva da far paura.
Il bel cameriere immerse il temperino nella pelle tumefatta, e lo spinse forte innanzi, aprendo un largo taglio. Il sangue sprizzò, si stese, fece una larga macchia rosseggiante sul dorso della povera bestia, che tremò tutta ed alzò prodigiosamente il capo in uno spasimo silenzioso. Alla vista del sangue il pellagroso, dall'alto del carro, lasciò sfuggire una risata rauca e stonata, una risata da briaco o da pazzo. Poi sciolse frettoloso la sua pezzuola bagnata, e morse avidamente il pezzo di costoletta.