Appena vide il campanile della chiesa di San Germano, cercò un'altra volta di buttarsi giù, come per arrivare più presto all'albergo; ma il cocchiere lo frenò ancora giurandogli che arriverebbero prima colla carrozza; ed infatti, dopo due minuti, si fermava all'albergo del Gallo, dove Vicenzino saltò nell'atrio e infilò la scala, senza neppur aver aperto lo sportello della carrozza.
L'oste corse fuori dalla cucina, e gli gridò dietro:
—Dove va? Eh, signore, dove va? E l'altro, senza fermarsi:
—C'è qui mio cugino; un giovane che si è chiuso in camera per uccidersi; se pure non s'è buttato in acqua…. Presto, presto, per carità!…
Fu un allarme generale. Oste, ostessa, tutta la famiglia, tutto il vicinato invase la scala e si avventò all'uscio dell'unico ospite dell'albergo.
—Ha detto che si coricava presto perchè non istava bene….. borbottava l'oste tutto impaurito. Chi poteva pensare?…
L'uscio non era neppure chiuso a chiave. Vincenzo sapeva che in quella modesta locanda di villaggio non c'era caso che i camerieri entrassero a sorprenderlo. Il povero giovane era steso sul letto, colle vene dei polsi aperte, pallido, freddo, morto. Il braccio destro pendeva giù dal letto, ed il sangue sgocciolava ancora per terra. Il sinistro era steso lungo il fianco ed immerso nel sangue che aveva inzuppate lenzuola e coperte. Ma un grumo che si era fermato sulla ferita aveva arrestato l'emorragia.
—Oh mio Dio! Se gli fosse rimasto tanto sangue da farlo rivivere! esclamò Vicenzino; e, mentre fasciava stretto l'altro braccio, gridava:
—Chiamate il medico, il farmacista, chiunque può aiutarlo.
L'oste spinse un ragazzo fuori dell'uscio, dicendogli: