Però sì; aveva una bella mano di scritto, chiara, elegante. Era pochino; ma, non avendo di meglio, pensò di cavare partito da quella sola capacità.

Non gli riuscì subito, nè facilmente. Ma domanda e ridomanda, venne a capo di scoprire una benedizione di notaio, che aveva bisogno di uno scrivano, e che lo prese nel suo studio per sessanta lire al mese.

Lui, che non trovava mai nulla abbastanza buono pel suo palato guasto, si prefisse di vivere con una lira al giorno. A colazione un pane da due soldi con una tazza di latte. Poi andava a desinare in una trattoria dove mangiava una minestra con un pezzo di carne, senza ber vino. La sua salute non fu meno florida per questo. Prese in affitto un abbaino che mobigliò con un lettuccio, una tavola, una catinella e due sedie. Pagava dieci lire al mese di pigione. Gli rimanevano venti lire. Dieci le destinò a pagare un maestro di contabilità, dal quale andava a scuola ogni giorno nel solo tempo che aveva libero, da mezzodì ad un'ora. Le dieci lire rimanenti le mise a parte per vestirsi.

E la sera, che altre volte era costretto a disputare alla noia a forza di divertimenti costosi e strambi, la passava solo nella sua cameretta a studiare le due lingue che conosceva imperfettamente.

Ci mise tutta la sua volontà energica, e perseverò in quella vita con coraggio. In capo ad un anno poteva parlare e scrivere speditamente il francese ed il tedesco. E l'aritmetica e l'algebra non avevano più segreti per lui. Una casa di commercio molto accreditata ricercava un commesso. Egli si presentò. Fu provato al concorso con sei altri aspiranti, ed ottenne quell'impiego con tre mila lire all'anno. Allora andò dalla mamma, e le disse:

— Ho voluto essere ancora degno del tuo amore e del nome del babbo. Ora puoi benedirmi, mamma, perchè la stessa volontà energica di cui m'ero valso per far il male, mi ha giovato per ricondurmi a te, che sei il bene.

* * *

Il nonno aveva parlato serio serio e concitato; e però la piccola brigata trovò che la fola di quel giorno non era punto dilettevole, e si disperse, brontolando un pochino. Ma Maria che aveva indovinato a chi la dedicasse il nonno, gli strinse la mano in silenzio; e tutti e due tennero dietro collo sguardo a Roberto, che cacciate le mani in tasca, e col capo chino sul petto, si allontanò lento e pensoso, e scomparve senza voltarsi.

Due giorni dopo giunse alla farmacia una lettera dalla posta coi bolli di Milano. Era diretta a Maria; ma, naturalmente, la ricevette e la lesse il babbo, poi la comunicò alla mamma, al nonno; li consultò tutti e due, si fece un gran discutere se convenisse o no di parlarne a Maria; e finalmente considerato l'aspetto sofferente e la malinconia della ragazza, ed i buoni propositi dichiarati nella lettera, fu deciso alla unanimità di comunicare a Maria quell'epistola. Era di Roberto e diceva così: