Quel giorno la vedova rotonda, mi parve più vecchia di vent'anni, ed orribile. Aveva una avidità di croque en bouche, che mi irritava. Ne divorò una dozzina, e ad ogni uno mi guardava come se volesse divorare anche me.

Mi venne il sospetto che avesse scoperta la mia lettera alla figliola, e cercasse d'impaurirmi per impedire il nostro matrimonio. Mi proposi d'esser cauto, e quando uscirono non le seguii.

Invece di avviarsi a casa come gli altri giorni, entrarono dalla modista di contro, e fecero spiegare una quantità di tulle bianco, che riempì la bottega, velò la bacheca, avvolse le signore come in una nuvola trasparente.

— Un abito da ballo! pensai; deve andare ad una festa; è l'occasione di conoscerla. È andata apposta in quel negozio ed a quest'ora, per farmelo capire. Dovunque sia quel ballo giuro che non mancherò.

E mi diedi d'attorno per sapere dove e quando si ballasse.

Andai da tutti i miei amici eleganti, da tutte le signore brillanti di Torino; nessuno sapeva d'una prossima festa. Nessuno pensava a ballare.

Cominciavo ad inquietarmi. Andavo cercando nei clubs, nei caffè; fermavo la gente per la strada; volevo una festa da ballo ad ogni costo. Finalmente la trovai in Doragrossa. Vidi un giovine di studio del mio notaio che mi salutò, e lo aggredii gettandogli contro come un colpo di rivoltella la solita domanda:

— Scusi, sa dove si balla in questi giorni?

— Sissignore, in casa Pepesale.

Gli avevo presa una mano; afferrai anche l'altra, le strinsi amorosamente. Avrei voluto stringermelo al cuore in un amplesso di gratitudine.