— Dopo la morte di Clelia non avevo più provata la menoma simpatia per nessuna donna. Mi erano tutte indifferenti, e le sfuggivo. Ma la vista di quella signora mi fece un'impressione strana. Mi parve che avesse in sè qualche cosa della mia povera sposa; mi parve che quegli occhi scintillanti mi parlassero di lei. Non le somigliava punto, eppure me la ricordava. Mi pareva che quella signora ed io fossimo amici da un pezzo, e che ella conoscesse tutti i miei dolori; e senza quasi volerlo, la seguii.

— Giunta in piazza Castello ella prese l'omnibus della via Po. Stavo per salire io pure nell'omnibus, ma mi fermai. Mi pareva di commettere un'infedeltà alla memoria di Clelia. E rimasi; e l'omnibus partì colla bella signora.

— Mi sentii contento di me, come quando si è fatta una buona azione o si è vinta una mala tendenza.

— Ma quando la fatalità ci si mette, tutti i nostri sforzi per combatterla non riescono a nulla.

— Pochi giorni dopo andai per sentire Cause ed effetti al teatro Gerbino. Era la beneficiata della prima attrice Vittoria***. Quando uscì, riconobbi la bella signora che avevo incontrata in via Nuova.

— Mi dissero che quell'artista era molto ricca, molto spiritosa, molto corteggiata, e molto onesta. Quella riputazione di onestà, che i disillusi trovavano incredibile, e su cui facevano i più assurdi commenti e le più rancide facezie, mi fece molto piacere. Non avrei voluto che quella donna, che nel mio pensiero si associava all'immagine di Clelia, fosse stata una delle solite donne da teatro; mi sarebbe sembrata una profanazione. Almeno, allora attribuii a questa ragione soltanto la soddisfazione che provai a sentirne parlare con rispetto.

— Dopo la commedia un amico mi propose di presentarmi alla signora Vittoria***. Non seppi resistere a quella tentazione: accettai. Mi pareva che avvicinandomi a quella donna mi ravvicinassi alla povera Clelia; e, cosa strana, il volto gioviale dell'artista, i suoi movimenti rapidi, il suo sguardo ardito, mi rammentavano il volto mesto, il gesto lento, lo sguardo malinconico della mia fidanzata.

— Vittoria era ancora commossa della parte appassionata e straziante che aveva sostenuta egregiamente nel dramma di Ferrari. Mi accolse con una cordialità che aveva qualche cosa di intimo; come se ci conoscessimo. Mi aveva forse già notato quel giorno in via Nuova? O quella sera durante la rappresentazione? Ad ogni modo era contenta di vedermi, e m'invitò a tornare.

— Ed io tornai dopo una settimana, poi tornai dopo tre giorni, poi dopo due, poi il giorno seguente, e l'altro, e l'altro; tornai, tornai sempre.

— Anche questa volta l'amore non mi colse per sorpresa. Lo sentivo venire, lo vedevo. Ed anche questa volta non fuggii. Ma non lo accolsi sorridendo come avevo fatto accanto alla povera Clelia. Lo accettai per forza. Non avevo il coraggio di combatterlo. Era destino.