Gustavo morì dopo un anno senza aver ricuperata neppur un'ombra di intelligenza, senza aver riconosciuta mai quella povera donna, che implorava in ginocchio una parola di perdono.

Nella lettera in cui mi annunciava la morte di Gustavo ella mi scrisse:

«Abbiamo sempre torto quando vogliamo ribellarci alle leggi della natura. Egli ha cercata la felicità in un amore impossibile; ed io ho cercata la giustizia in una separazione inumana. E Dio ci ha puniti entrambi. L'ho fatto portare al cimitero di Monza, ed ho presa una casa vicina per andarlo a visitare ogni giorno finchè vivrò.»

Erano due anime buone e meritavano una sorte migliore.

LA PRIMA DISGRAZIA

M'era caduta addosso quasi colla vita, la mia prima disgrazia, e da quel giorno fummo inseparabili, immedesimati l'uno coll'altra; io ero essa ed essa era me; mi chiamavo Eustacchio.

Eppure passarono degli anni assai, prima che m'accorgessi che quella era una disgrazia.

La mia mamma era vedova, ed aveva un negozietto di droghe a Fossano. Io passavo le giornate sullo scalino della bottega, mentre la mamma accartocciava caffè e zucchero con tanta arte, che si sarebbe detto che quello zucchero e quel caffè fossero nati in quei cartocci come frutti nella buccia.