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«Dopo tante veglie e fatiche la natura aveva vinto, ed avevo dormito l'intera notte ed una parte del mattino. Povero, caro babbo! Aveva avuto l'eroismo di pensare ad addormentarmi, perchè non lo vedessi morire. Santi eroi dell'affetto, della famiglia! A codesti non si fanno monumenti, e statue. Ma hanno un monumento nel cuore dei superstiti che hanno amato; e se i loro spiriti possono vederlo, devono esserne più consolati.

XXXIV.

«Come avevo presentito, perdendo il babbo perdetti anche Gualfardo.

«Egli vegliò il cadavere, ordinò i funerali e mandò una carrozza a prendermi per la messa di requie; tutto ciò senza che io lo vedessi. Poi terminato quel doloroso compito se ne andò, e non lo rividi più.

«Ero in una specie d'apatia. L'isolamento pesava su me, mi gelava il cuore. Non pensavo nulla. Mi sentivo sola e profondamente infelice.

«Mi erano rimaste nella mente quelle ultime parole scritte da
Gualfardo, che interpretavano pure l'ultima volontà del povero babbo:
«Non uscite dalla vostra camera.»

«Mi pareva che non dovessi uscirne più; che dovessi passare il resto de' miei giorni solitaria ed inerte in quei dodici metri quadrati di spazio, per obbedire a due ordini egualmente sacri.

«Non ricevevo nessuno. La serva mi recava continuamente delle lettere. Ne avevo aperte alcune sbadatamente e ci avevo trovato una carta da visita colle iniziali P. C. scritte a mano.

«Quella formola per condoglianza, che ricorreva persino ad un'abbreviazione per sbrigarsi più presto da un dovere di società che non aveva nessun lato piacevole, mi parve uno scherno al mio dolore, mi irritò; e d'allora a misura che la serva mi recava quelle buste le gettavo sulla tavola senza aprirle.