E traversata la sala andai a piantarmi dinanzi allo specchio con un sorriso di soddisfazione. Non ero un uomo serio, ed avevo la convinzione di ballare orribilmente male. Per la prima volta compresi la portata di codeste mie grazie.

Quando mi ritirai nella mia camera e mi coricai, invocai invano il sonno ed il riposo. Il bernoccolo della morale aveva preso in me uno sviluppo straordinario. Ero profondamente pentito d'aver potuto oltraggiare Ernesto ne' suoi affetti coniugali; un momento di delirio mi aveva trascinato, mio malgrado, a tradire l'amicizia; quel momento era durato quattro anni… Sono fenomeni strani, ma che pure accadono. Giosuè non ha fermato il sole? Ma veramente io sentivo repugnanza a quella vita di inganni; provavo il bisogno di rientrare nella legalità. La profonda riconoscenza che serbavo a Vittoria pel suo amore (non si trattava già più del mio) non m'impediva di osservare la tranquillità con cui ella mentiva al marito alla mia presenza. Certo ella si prestava ad un'odiosa commedia; certo ne soffriva; ma tuttavia con che arte vi si prestava! E come sapeva nascondere le sue ripugnanze! Oh! una donna che mente dinanzi all'uomo che ama, non può farlo che a danno di quello stesso amore per cui si avvilisce fino alla menzogna. Io ero stato ben generoso a superare il disgusto che m'inspirava quell'ipocrisia sorridente; avevo spinto la clemenza fino a non avvedermene affatto; ma ormai mi era caduta la benda. Il mio onore, il decoro e la pace di Vittoria, l'amicizia di Ernesto m'imponevano di rompere quella relazione colpevole. Ed a coronare tutto codesto capitolo di morale rivoltato in tutti i sensi, veniva sempre come un ritornello la riflessione: «Fulvia è una cara ed onesta giovane, ed io ballo assai male.»

Verso le quattro del mattino, stanco di avvoltolarmi nel letto, e stanco di quelle idee sempre le stesse, che cominciavano a diventar noiose, mi alzai, e mi posi a scrivere alla marchesa quelle mie riflessioni, ed a persuaderla ch'era necessario separarci per sempre.

Per quanto io stesso riconosca i miei torti, e sappia punirmene col sarcasmo, posso dirlo a fronte alta, io non sono cattivo. Avevo amata Vittoria con tutta l'anima; la passione mi aveva trascinato per un pendìo fatale e colpevole.

Le gelosie, gli ostacoli, l'acre sapore del frutto proibito e, più che tutto, il bisogno d'amare del mio cuore giovane ed ardente, avevano prolungato per quattro anni quell'accecamento passionato, che in una natura più fredda, in una mente più calcolatrice, e però più egoista, sarebbe cessato dopo pochi giorni. Quando conobbi Fulvia, un nuovo amore, ed un amore puro, legittimo, pieno di speranze e di sorrisi, che poteva fare la felicità di due cuori, senza frangere altri cuori, senza ledere nè l'onore nè l'amicizia, senza dare rimorsi nè a me nè ad altri, aveva cominciato a balenare alla mia mente come cosa che riguardasse Giorgio. Così lo avevo compreso, apprezzato. A poco a poco, senza ch'io stesso me ne rendessi conto, quella luce pura aveva albeggiato sul mio proprio orizzonte, mi aveva presentato la vita passata e la futura sotto un nuovo aspetto. Allora vidi l'errore che la passione mi aveva celato. Considerai me stesso e gli altri, sperai di potermi togliere a quella falsa posizione attingendo in un amore innocente la forza di strapparmi a' vincoli, a cui tuttavia mi legavano le memorie, le abitudini, la riconoscenza. Se avessi preso quella risoluzione senza l'aiuto ed il conforto d'un nuovo affetto, sarei stato più eroico. Io non fui che un uomo d'onore; accettai la forza piovutami in cuore senza demandarle da qual parte venisse; avevo trent'anni, ed avevo sostenute per quattro anni con fede e costanza le tempeste d'un amore clandestino; chi potrebbe farmi una colpa d'aver accolto nel mio pensiero la speranza d'un amore giovane ed ardente come il mio cuore?

Tuttavia non fu senza lagrime che tracciai quella lettera che doveva frapporsi, barriera eterna, fra me e Vittoria.

Il mio cuore è buono; sentii il suo dolore, ne presi la mia parte. Dinanzi alla crisi tremenda della separazione, tutti i trasporti si ridestarono in me. La bella figura piangente di Vittoria grandeggiò ai miei occhi di tutta la nobiltà della sventura; tutti gl'istinti generosi dell'anima mia mi riportarono verso di lei; dimenticai la lieta artista che non aveva avuto ancora per me nè un palpito nè una lagrima.

Se la donna mia fosse stata libera, quel salutare ritorno su me stesso mi avrebbe ricondotto a lei per sempre; ed a lei, a lei sola, avrei domandato ed offerto, nella serena dolcezza d'un amore senza colpa, l'obblio dei nostri torti, dei nostri rimorsi. Un istante gettai la penna e volli correre a lei, ma l'incanto omai era sciolto; e non mi era più possibile di calpestare l'onore e l'amicizia che si frapponevano fra noi. Se prima, cieco ed impetuoso, meritavo perdono, ora ipocrita e consciamente colpevole, avrei meritato disprezzo.

Ripresi la lettera incominciata, ed ebbi il coraggio crudele di compierla; e quando l'ebbi fatta consegnare a Vittoria, mi sentii migliore. Ella mi rispose un biglietto rassegnato e melanconico in cui mi domandava di continuare a frequentare la sua casa per salvare le apparenze, per evitare i commenti. Nella gioia come nel dolore gli amori colpevoli impongono la finzione ed il calcolo.

IX.