Una sera vidi sulla sua tavola tra i fogli di musica, gli albums, i mazzolini di fiori, i libri, i lavori all'uncinetto, che l'ingombravano, un pezzettino di carta su cui, non so chi, aveva scritto parecchie volte Fulvia Zorra. Per tutto il tempo che rimasi tenni quel pezzetto di carta tra le mani, lo piegai in quadrato, in triangolo, ne feci una barchetta, un cappello da carabiniere, un imbuto, e tante altre cose sciocche; e di volta in volta prima di ripiegarlo guardavo Fulvia, poi leggevo il suo nome, poi tornavo a guardarla, e mi pareva di esprimere qualche cosa che ella dovesse comprendere. Quando si fece tardi, e stavamo per congedarci, io e tutti gli altri che eravamo a far la corte a Fulvia, ridistesi accuratamente quel cencetto di carta, e sotto il nome della giovane scrissi in caratteri microscopici Massimo Guiscardi. Poi le misi dinanzi quel documento e le dissi con un'aria da oracolo: «Guardi.»
—Ebbene, non vedo nulla! mi rispose.
—Qui, legga; e le accennavo quei due nomi vicini vicini, coll'aria che doveva avere la sfinge nel proporre i suoi problemi.
Ella guardò bene e poi disse:
—Io non vedo che il suo nome.
E le pareva nulla! E non era commossa! Il mio nome sotto il suo; un idillio, un romanzo, un poema un avvenire, una vita… Ella non comprendeva la poesia di quel ravvicinamento. La trovai stupida, e spingendo la carta sulla tavola con disprezzo le dissi:
—Non capisce mai nulla lei!
Allora ella capì il senso ch'io dava a quel gioco di parole. Si fece rossa come una vampa, e l'occhio le brillò di gioia, e guardò quella carta coll'angosciosa passione con cui si guarda addietro un'occasione che fugge… Ma non disse una parola di più. Comprese che l'aggrapparsi così ad una dichiarazione mancata sarebbe goffo, ed il suo spirito elegante preferì un rimprovero ed una grande abnegazione, all'essere un momento solo ridicola a' miei occhi. Io vidi e compresi tutto ciò, e l'amai doppiamente per quella finezza di tatto.
XI.
Sovente uscendo dal teatro dopo lo spettacolo giungevo in tempo ad offrire il braccio a Fulvia prima de' miei amici.—Ed allora la tenevo stretta stretta come cosa mia, e camminavo a fronte alta come un conquistatore, e meravigliavo che i passeggeri non mi facessero tutti di cappello, e leggevo l'ammirazione mista d'un po' d'invidia su tutti i volti. È ben vero che a tarda sera poco si distinguono i volti, e meno le passioni che esprimono: ma che non vede un occhio innamorato?