«—Sì.
«—Cosa prende? Caffè e panna?
«—Sì.—Mi sarebbe stato impossibile dir altro. Poi pensai che non volevo esser interrotta dal servizio mentre leggerei la mia lettera, ed aggiunsi:
«—Subito.
«Appena seduta ero servita. Apersi quella busta, stesi il foglio dinanzi a me appoggiato alla bottiglia dell'acqua, presi da una mano la molletta, dall'altra la zuccheriera… e lessi:
—«Mia cara Fulvia,
—«Voi mi chiamavate filosofo, forse collo stesso significato con cui i Greci chiamavano Eumenidi le bruttissime furie. Ebbene; io vi darò in iscritto un saggio di quella filosofia che non ho saputo mostrarvi conversando con voi, dovessi pure con questo provocare gli scongiuri della bella maga che ha evocato il mio non so se buono o cattivo spirito filosofico.
—«Nell'ora stessa in cui vi vidi partire giurai di non raggiungervi a Reggio; e manterrò il proponimento per quanto mi costi il mancare alla parola data, e rinunciare alla profonda soavità de' vostri sguardi.
—«E sapete perchè?
—«Perchè nell'ora amara della partenza, sentii che nel nostro amore neonato, era davvero per me il germe di una passione pazza, violenta, infelice come tutte le mie passioni. Questa scoperta tirò dietro a sè delle considerazioni in gran parte analoghe a quelle che voi facevate sulla nostra relazione, che venne troppo tardi; sulla sua natura, che è falsa perchè in realtà è amore, e noi gli facciamo violenza per camuffarlo nell'abito austero dell'amicizia; sopra i suoi ostacoli, che si riassumono tutti in uno solo: il vostro fidanzato. E le conclusioni che trassi furono per me d'uno sconfortante che non potrei esprimervi a parole.