—«Vengo colla contralto. Resto Milano due giorni. Arriverò sabato.
«FULVIA.»
* * * * *
«Tre volte avevo scritto e riscritto «saluta Gualfardo» e tre volte il rimorso me lo avea fatto cancellare. Finii per contare le parole colla precisione d'un avaro, e persuadermi che era affatto impossibile raddoppiare il prezzo del telegramma per aggiungere quel saluto e quel nome. Dio m'è testimonio che l'avarizia non c'entrava, ed avrei dato fin l'ultimo soldo, per poter salutare Gualfardo colla coscienza tranquilla ed il cuore contento.
XXIII.
«Giungemmo a Milano sull'imbrunire. Bisogna aver provato a sentirsi un simile inganno sulla coscienza, per comprendere l'angoscia di quel momento. Non mi ero premunita, come le donne da commedia o da romanzo, di un denso velo per coprirmi il volto. Faceva un caldo soffocante; ero vestita di chiaro, con un cappello tondo. Chiunque m'avesse veduta una volta poteva riconoscermi. Allo scalo c'era un mondo di gente coll'occhio intento ai nuovi arrivati, per cercare fra essi le persone che aspettavano.
«Mio Dio! Mi pareva che tutti quegli occhi fossero là per me sola; che tutta quella gente non avesse altro affare a questo mondo che di domandarsi a vicenda perchè io giungessi a Milano, e che vi cercassi se non Max; e perchè lo cercassi dacchè avevo un fidanzato.
«Non potevo capire che i facchini gridassero forte i numeri dei colli, nel distribuire le merci, ed i conduttori d'omnibus e di carrozze facessero tanto chiasso, mentre io giungevo con tanto mistero. Mi pareva che tutti avessero a star zitti, ed a camminare in punta di piedi, ed a sgusciar via al più presto, come feci io.
«Entrammo in una carrozza da nolo; non osai entrare nell'omnibus dell'albergo, per non esser veduta. Mi pareva di non aver diritto di essere a Milano; e che ogni primo venuto potesse ricordarmelo. Si passò in via della Spiga per condurre la contralto da' suoi parenti, poi per la via Gesù, Monte Napoleone, via Pietro Verri, e piazza Belgiojoso, mi feci condurre all'Albergo della Bella Venezia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare gli sguardi dei camerieri dell'albergo di Milano. Non c'era mascalzone sulla terra, in cui non vedessi un giudice, e dinanzi a cui non chinassi la fronte.
«Massimo non seppe e non saprà mai che immenso sacrificio io gli abbia fatto, e quanto quella follia sia costata al mio cuore.