XXXI.

«Fu una notte orribile per me, nella quale il mio cuore non cessò un momento di battere lento e forte come una campana sepolcrale.

«Sentivo il vuoto intorno a me; eppure ben altri dolori m'aspettavano.

«Mi ero alzata presto dopo quella notte di veglia e di pianto, e dalla mia finestra guardavo sbadatamente nella via.

«Mentre stavo assorta così, sentii prendermi per la vita e baciarmi sui capelli.

«Era il babbo; ed era tanto pallido che, appena l'ebbi veduto, tutte le mie preoccupazioni svanirono; non provai che lo spavento di vederlo cadere in deliquio.

«—Mio Dio, babbo, come sei pallido! Che hai? Stai male?—gli chiesi tremando di spavento; e lo feci sedere sul mio sofà, gli proposi di fargli il caffè, di andare pel medico, e che so io altro.

«—No; mi rispose trattenendomi, non mi occorre nulla. Son venuto per parlarti di cose gravi. Resta qui. Fammiti vicina; ho bisogno d'abbracciarti per prender coraggio, povera Fulvia!

«Pensai che Gualfardo gli avesse scritto che rinunciava alla mia mano.

«—Vuoi dirmi di Gualfardo?… domandai.