[I.]
Della Gran Turchia.

Turchia si ha un re c'ha nome Chaidu, lo quale è nipote del Gran Cane, che fu figliolo d'uno suo fratello cugino. Questi sono tarteri, valentri uomeni d'arme, perchè sempre istanno in guerra e in brighe. Questa Gran Turchia è verso maestro. Quando l'uomo si parte da Curmaso,[Pg 118] e passa per lo fiume di Geon, e dura di verso tramontana insino alle terre del Gran Cane, sappiate ch'e' truova Chaidu. E tra questo Chaidu e lo Gran Cane sì ha grandissima guerra, perchè Chaidu vorebbe conquistare parte delle terre del Chattai e de' Magi; ma il Gran Cane vuole che lo seguiti, sì come fanno gli altri che tengono terra da lui: questi nol vuol fare, perchè non si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E si fa questo re Chaidu bene C mila cavalieri; e più volte hae isconfitto i baroni e i cavalieri del Gran Cane, perciò che questo re Chaidu è molto prode dell'arme, egli, e sua gente. Or sappiate, che questo re Chaidu avea una sua figliuola, la quale era chiamata in tartaresco Aigiarne, cioè viene a dire in latino, lucente luna. Questa donzella era sì forte, che non si trovava persona che vincere la potesse di veruna prova; lo re suo padre si la volle maritare: quella disse, che mai non si mariterebbe s'ella non trovasse un gentile uomo che la vincesse di forza o d'altra pruova. Lo re si le avea largito ch'ella si potesse maritare a sua volontà. Quando la donzella ebbe questo dal re, si ne fu molto allegra;[Pg 119] e allora mandò per tutte le contrade, che, se alcuno gentile uomo fosse, che si volesse provare colla figliuola del re Caidu, si andasse a sua corte, sappiendo, che qual fosse quegli che la vincesse, ella il torrebbe per suo marito. Quando la novella fu saputa per ogni parte eccoti venire molti gentili uomeni alla corte del re; or fu ordinata la pruova in questo modo. Nella mastra sala del palagio si era lo re e la reina con molti cavalieri e con molte donne e donzelle: ed ecco venire la donzella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molta acconcia. La donzella era molto bella e ben fatta di tutte bellezze. Or conveniva che si levasse il donzello, che si voleva provare con lei, a questi patti com'io vi dirò: che se 'l donzello vincesse la donzella, ella lo dovea prendere per suo marito, ed egli dovea avere lei per sua moglie; e se cosa fosse che la donzella vincesse l'uomo, si conveniva che l'uomo desse a lei C cavalli; e in questo modo avea la donzella guadagnati bene X mila cavagli. E sappiate che questo non era maraviglia, che questa donzella era sì ben fatta e sì informata, ch'ella pareva pure una gigantessa. Eravi venuto[Pg 120] un donzello, lo quale era figliuolo del re di Pumar per provarsi con questa donzella; e menò seco molta bella e nobile compagnia, e si menò M cavagli per mettere alla pruova: ma 'l cuore li stava molto franco di vincere, di ciò gli pareva essere troppo bene sicuro: e questo fu nel MCCLXXX anni. Quando il re Caidu vidde venire questo donzello, sì ne fu molto allegro, e molto disiderava nel suo cuore che questo donzello la vincesse, perciò ch'egli era bel giovane e figliuolo di un gran re: e allora si fece pregare la figliuola che si lasciasse vincere a costui; ed ella sì rispuose: sappiate, padre, che per veruna cosa del mondo non farei altro che diritto e ragione. Or eccoti la donzella entrata nella sala alla pruova, tutta la gente che stava a vedere, pregavano che desse a perdere alla donzella, acciò che così bella coppia fossero accompagnati insieme. E sappiate che questo donzello era forte e prode, e non trovava uomo che 'l vincesse, nè che si potesse con lui in ogni pruova. Or vennono insieme il donzello e la donzella alle prese, e furonsi presi insieme alle braccia, e feciono una molto bella incominciata, ma poco durò, che[Pg 121] convenne pure che il donzello perdesse la prova. Allora si levò in sulla sala il maggior duolo del mondo, perchè il donzello avea così perduto, ch'era uno de' piue belli uomeni che vi fosse ancora venuto, o che mai fosse veduto; e allotta ebbe la donzella questi M cavalli, e 'l donzello si partío, ed andossene in sua contrada molto vergognoso. E voglio che voi sappiate che lo re Caidu menò questa sua figliola in più battaglie, e quando ella era alla battaglia, ella si gittava tra' nemici sì fieramente, che non era cavaliere sie ardito nè si forte ch'ella nol prendesse per forza, e menavalo via; e faceva molte prodezze d'arme. Or lasciamo di questa materia, e udirete d'una battaglia che fu tra lo re Caidu ed Argo figliuolo dello re Abagha signore del Levante.


[II.]
D'una battaglia.

Sappiate che lo re Abagha, signore del Levante, si tiene molte terre e molte provincie, e[Pg 122] confina le terre sue con quelle del re Caidu, cioè, dalla parte dell'Albero Solo, lo quale noi chiamiamo l'Albero Secco. Lo re Abaga, per cagione che lo re Caidu non facesse danno alle terre sue, si mandò il suo figliuolo Argo con grande gente a cavallo e a piede nelle contrade dell'Albero Solo infino al fiume di Geon, perchè guardasse quelle terre che sono alli confini. Ora avenne che lo re Caidu si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere, lo quale avea nome Barac, con molta gente, per fare danno alle terre, ove questo Argo era. Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente, e venne incontro a nemici. Quando furono asembiati l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a sonare dall'una parte e dall'altra, allora fu cominciata la più crudele battaglia, che mai fosse veduta al mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare; sì che Argo gli sconfisse, e cacciogli di là dal fiume. Da che n'abbiamo cominciato a dire d'Argo, dirovvi com'egli fu preso, e com'egli signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.

Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, vennegli novelle come lo padre era passato di questa vita. Quand'egli intese questa novella, funne molto cruccioso, e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli era di lungi bene XL giornate. Ora avenne che il fratello che fu d'Abagha, lo quale si era soldano ed era fatto saracino, si vi giunse prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e riformò la terra per sè, e si vi trovò sì grandissimo tesoro, che a pena si potrebbe credere: e si ne donò sì largamente a' baroni e a' cavalieri della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore. Questo soldano faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora quando il soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa gente per amore del soldano andavano molto volentieri contro ad Argo, per pigliarlo e per ucciderlo a tutto loro podere.

Quando il soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono incontro ad Argo, e quando fu presso a lui sì si attendò in un molto bel piano, e disse alla sua gente: signori, e' ci conviene essere prodi uomeni, però che noi difendiamo la ragione, chè questo regno fu del mio padre, il mio fratello Abagha si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita, ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia, si gliele lasciai. Ora da ch'egli è morto, si è ragione ch'io l'abbia tutto; ma io si vi dico, ch'io non voglio altro che l'onore della signoria, e vostro sia tutto il frutto. Questo soldano avea bene XL mila cavalieri e grande quantità di pedoni. La gente rispuosono e dissero tutti, che andrebbono con lui insino alla morte.

Argo, quando seppe che 'l soldano era attendato apresso di lui, ebbe sua gente, e disse così: signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene che 'l mio padre insino ch'egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli, e sapete bene come voi e vostri padri siete istati con lui in molte battaglie, e a conquistare molte terre; e sì sapete bene come io sono suo figliuolo, e com'egli vi amò assai, ed io ancora si v'amo di tutto il mio cuore; dunque è bene ragione che voi m'atiate riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch'è contro colui che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre, e cacciar via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene, ch'egli non è di nostra legge, ma è saracino e adora Malcometto; ancora vedete come sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli cristiani: dacchè voi vedete bene ch'egli è così, ben dovete essere prodi e valentri. Sì come buoni fratelli m'aitate in difendere lo nostro, ed io hoe isperanza in Dio, che noi il metteremo a morte, sì come egli è degno; perciò si vi prego catuno che facciate più che suo podere non porta, sì che noi vinciamo la battaglia. Li baroni e li cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento, che avea fatto Argo, tutti rispuosono e dissono, ch'egli avea detto bene e saviamente: e fermarono tutti comunemente, che volevano innanzi morire con lui, che vivere senza lui, o che niuno gli venisse meno. Allora si levò un barone, e disse ad Argo: messere, ciò che avete detto èe tutta verità, ma si voglio dir questo, che a me si parebbe, che si mandassono ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fa, e per sapere quello che vuole: e cosie fue fermato di fare. E quando egliono ebbono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andassono al soldano ed isponessongli queste cose, come in tra loro non dovea essere battaglia, perciò ch'erano una cosa; e che 'l soldano dovesse lasciare la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose agli ambasciadori, e disse: andate ad Argo, e ditegli ch'io il voglio tenere per nipote e per figliolo, sì com'io debbo; e che gli voleva dare signoria, ch'egli si venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse signore; e se così non vuol fare, si gli dite che si apparecchi della battaglia.

Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira, e disse: non ci è da udire nulla. Allora si mosse con sua gente, e fu giunto al campo, ove dovea essere la battaglia; e quando furono apparecchiati l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a suonare da ciascuna parte, allora si cominciò la battaglia molto forte e molto crudele da ciascuna delle parti. Argo fece il dì grandissima prodezza, egli e sua gente, ma non gli valse. Tanto fu la disaventura, che Argo si fu preso, e perdè allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo molto lussurioso, sì che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare molte belle donne che v'erano; allora si partío, e lasciò un suo vicaro nell'oste che avea nome Melichi, che dovesse guardare bene Argo; e così se ne andò alla terra, e Melichi rimase.

Ora avenne che uno barone tartero, lo quale era aguale sotto il soldano, vidde il suo signore Argo, lo quale dovea essere di ragione: vennegli un gran pensiero al quore, e l'animo gli cominciò a gonfiare; e diceva infra sè stesso, che male gli pareva che 'l suo signore fosse preso, e pensò di fare suo podere, sì che gli fosse lasciato; e allora cominciò a parlare con altri baroni dell'oste. E a ciascuno parve in buon volere e in buono animo di volersi pentere di ciò e ch'avevano fatto. E quando furono bene accordati, un barone ch'avea nome Baga si fue cominciatore, e levaronsi suso tutti a romore, e andarono alla prigione dove Argo era preso, e dissongli, com'egli s'erano riconosciuti, e che aveano fatto male, e che volevano ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e lui tenere per signore; e così s'acordarono; e Argo perdonò loro tutto ciò ch'aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossono tutti questi baroni, e andarono al padiglione dov'era Melichi lo vicaro del soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli dell'oste si confermarono Argo per loro diritto signore.