Fu verso il 1291 o 1292 che la flotta comandata da Marco Polo lasciò il porto di Zaiton, ove il viaggiatore era giunto nel suo viaggio traverso le provincie meridionali della Cina. Da questo punto, egli si diresse direttamente verso la vasta contrada di Ciamba, nella quale tutti i commentatori s'accordano nel ravvisare Tsiampa o Bintuan, provincia della Cocincina meridionale.[35] Il viaggiatore veneziano aveva già visitato quella provincia, probabilmente verso l'anno 1280, durante una missione di cui l'imperatore l'aveva incaricato.

«Sappiate, dice il Polo, che quando l'uomo si parte del porto di Zaiton e navica verso ponente, e alcuna verso gorbi ( garbino, ossia libeccio ) milleduecento miglia, sì si trova una contrada c'ha nome Ciamba, ch'è molto ricca terra e grande, e hanno re per loro; e sono idoli ( idolatri ); e fanno trebuto al Gran Cane ciascuno anno 20 leofanti, e non gli dànno altro, li più belli, che vi si possono trovare, che n'hanno assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli anni Domini 1278.»

Allorchè Marco Polo percorse quel paese prima della conquista, il re che lo governava aveva non meno di trecentoventisei figliuoli, di cui centocinquanta atti a portare le armi. In quel regno non si usava maritare niuna bella pulzella senza il consenso del re, il quale poteva disporne a suo talento.

Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse verso l'isoletta di Condor; ma prima di descriverla, Marco Polo cita la grande isola di Giava, di cui Kublai-Kan non aveva mai potuto impadronirsi, «per lo pericolo del navicare e della via, sì è lunga.» Quest'isola possiede grandi ricchezze e produce in abbondanza pepe, noci moscate, garofano ed altre droghe preziose. Qualche commentatore ha creduto che sotto il nome di Java intendesse il Polo di parlare di Borneo, a cui gl'indigeni dànno infatti il nome di Jana Java (paese di Giava) e Nusa Java (isola di Giava). E quì giova rammentare ai nostri lettori che il Polo non visitò questi luoghi, ma ne parla «per quello che seppe dalla bocca di uomini degni di fede» secondo le stesse sue parole. Dopo aver fatto sosta alle isole di Sodur e Codur, che sono, a quanto sembra, le isole di Pulo Condor nel mare della China, ove vide oro in abbondanza, Marco Polo giunse all'isola di Petam, che si crede sia l'isola di Buitang, posta vicino all'entrata orientale dello stretto di Malacca, e presso l'isola di Sumatra, ch'egli chiama la Piccola-Giava.

«Quest'isola, egli dice, è tanto verso mezzodì che la tramontana ( l'Orsa ) non si vede nè poco nè assai. Sappiate che in su quest'isola hae otto re coronati, e sono tutti idolatri, e ciascuno di questi reami ha lingua per sè. Quì ha grande abbondanza di tesoro e di tutte care ispezierie.» Sumatra è infatti una delle più fertili isole del gruppo, ove l'aloè vi cresce meravigliosamente: vi si trovano elefanti selvatici e rinoceronti, che Marco Polo chiama unicorni, e scimmie che vanno a frotte numerose. La flotta fu trattenuta cinque mesi presso quella costa, in causa del cattivo tempo, ed il viaggiatore ne approfittò per visitare le principali provincie dell'isola, come Ferbet (Tandjong Perlak), i cui abitanti delle montagne sono feroci ed antropofaghi; Basma, che secondo alcuni sarebbe Pasem o Pasé dei moderni: secondo altri, Pasaumak, nell'interno del Palembang; Samarcha, che secondo l'opinione del Murray corrisponderebbe all'odierno porto di Samangca, i cui abitanti, dice il Veneziano, «hanno alberi, che tagliano gli rami e quelli gocciola, e quella acqua che ne cade è vino; ed empiesene tra dì e notte un gran coppo che sta appiccato al troncone, ed è molto buono.» È questo il tanto rinomato liquore della palma, che fornisce un vino che in poche ore fermenta e diviene inebbriante. Anche le noci di cocco sono quivi abbondantissime. Marco Polo visitò inoltre i reami di Dragouayu (probabilmente l'Ayer Aje dei moderni) i cui abitanti sono antropofaghi; di Lambri (Nalabu, sulla costa occidentale dell'isola) ove sono moltissimi uomini colla coda (scimmie senza dubbio), e Fransur, cioè l'isola di Pauchor, ove cresce il cicade, da cui si trae una farina buona per pane, che noi chiamiamo sagù. Finalmente i venti permisero alle navi di lasciare la Piccola Giava; dopo aver toccato l'isola di Necaran, che dev'essere una delle Nicobari, ed il gruppo delle Andaman, i cui abitanti sono ancora antropofaghi, come ai tempi di Marco Polo, la flotta, presa la direzione del sud-ovest, andò a prender terra alle coste di Ceylan. «Quest'isola, dice la relazione, anticamente fu via maggiore, che girava 4600 miglia; ma il vento alla tramontana vien sì forte, che una gran parte ne ha fatta andare sott'acqua.» Questa tradizione sussiste ancora fra gli abitanti di Ceylan. «E sappiate, continua il Polo, che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e non nascono in niuno luogo del mondo piue, e quì nascono zaffiri e topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E si vi dico che il re di quest'isola, che si chiama Sedemay, hae il piue bello rubino del mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. È lungo presso che un palmo, ed è grosso bene altrettanto, come sia un braccio di uomo, egli è piue ispredente ( splendente ) cosa del mondo, egli non ha niuna tacca, egli è vermiglio come fuoco, ed è di sì gran valuta che non si potrebbe comperare. E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene voleva dare la valuta d'una buona città, ed egli disse che nol darebbe per cosa del mondo, però ch'egli fue degli suoi antichi.»

A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i naviganti trovarono la gran provincia di Maabar, che non bisogna confondere col Malabar, posto sulla costa occidentale della penisola indiana, come erroneamente è scritto nel codice Ramusiano. Questo Maabar forma il sud della costa di Coromandel, molto stimata per le sue peschiere di perle. Ivi sono certi incantatori che rendono i mostri marini innocui ai pescatori, specie d'astrologhi la cui razza si perpetuò fino ai tempi moderni. Qui Marco Polo dà interessanti particolari sui costumi degli indigeni; sulla morte dei re del paese, in onore dei quali i signori si gettano nel fuoco; sui suicidî religiosi, che sono frequenti; sul sacrificio delle vedove, che il rogo reclama dopo la morte dei mariti; sulle abluzioni biquotidiane, di cui la religione fa un dovere; sull'attitudine di quegli indigeni a diventare buoni fisonomisti; sulla loro fiducia nelle arti degli astrologhi ed indovini.

Dopo di aver soggiornato qualche tempo sulla costa del Coromandel, Marco Polo si diresse al nord sino al reame di Muftili, che corrisponde al territorio su cui giace la moderna città di Masulipatam, che formò parte una volta del regno di Telingana, di cui era capitale Golconda, famosa per le sue miniere di diamante.

«Questo regno, dice il Polo, è ad una reina molto savia, che rimase vedova bene quarant'anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che giammai non volle prendere altro marito; e costei hae tenuto questo regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re o reina. Ora in questo reame si truova diamanti; e dirovvi come. Questo reame hae grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene rovinando giuso per queste montagne; e gli uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua è ita, e trovane assai di diamanti; e la state che non vi piove si se ne trova su per quelle montagne; ma e' v'ha sì grande caldo che a pena vi si puote sofferire. E su per le montagne ha tanti serpenti e sì grandi, che gli uomeni vivono a grande dottanza ( timore ), e sono molto velenosi, e non sono arditi d'andare presso alle loro caverne di quelli serpenti. Ancora gli uomeni hanno gli diamanti per un altro modo, ch'egli hanno sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote andare; ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla in questi fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi nella carne. E in su queste montagne istanno aguglie ( aquile ) bianche che stanno tra questi serpenti: quando l'aguglie sentono questa carne in questi fossati, elle si vanno colà giuso, e reconla in sulla riva di questi fossati, e questi vanno incontro all'aguglie, e l'aguglie fuggono, e gli uomeni truovano in questa carne questi diamanti; ed ancora ne truovano, che queste aguglie sì ne beccano di questi diamanti colla carne insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio dell'aguglia, e trovano coll'uscita ( escrementi ) loro di questi diamanti. So che così si truovano i diamanti per questi modi, nè in luogo del mondo non se ne truova di questi diamanti se non in questo reame. E non crediate che gli buoni diamanti si rechino di qua tra gli cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e baroni di quelle contrade che hanno lo gran tesoro.»

Dopo aver visitato la piccola città di San Tomaso, situata ad alcune miglia al sud di Madras, e ch'è l'odierna Mailapur (città dei pavoni) degli Indiani, San Tomé degli Europei, Beita-Tuma o tempio di S. Tomaso degli antichi viaggiatori arabi, nella quale riposa il corpo di S. Tomaso apostolo, Marco Polo esplorò il regno di Masbar, e più particolarmente la provincia di Lar, da cui sono originari tutti i «Bregomani» del mondo (probabilmente i Bramani). Quegli uomini, secondo la relazione, vivono vecchissimi grazie alla loro sobrietà ed astinenza; alcuni dei loro monaci giungono ai cencinquanta o dugento anni, non mangiando che riso e latte, e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento vivo. I Bregomani sono destri mercanti, superstiziosi però, ma lealissimi; non rubano, non uccidono essere vivente, ed adorano il bue, che tengono in conto d'animale sacro. «Si conoscono, dice il Polo, per un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla diritta, sì che gli viene il filo a traverso il petto e le ispalle.»

Da quel punto della costa la flotta ritornò a Ceylan, ove nel 1284 Kublai-Kan aveva spedito un'ambasceria, che gli riportò le credute reliquie d'Adamo, e fra le altre cose i suoi due denti mascellari; giacchè, stando alle tradizioni dei Saracini, la tomba del nostro primo padre sarebbe posta sulla vetta della montagna dirupata che forma il punto più culminante dell'isola, e che chiamasi appunto per ciò il Picco di Adamo. Dopo aver perduto di vista Ceylan, Marco Polo andò a Cail, porto che pare sia scomparso dalle carte moderne, dove approdavano allora tutte le navi che venivano da Hormuz Kis, Aden e dalle coste dell'Arabia. Di là, girando il capo Comorino, all'estremità della penisola, giunsero i navigatori in vista di Culam, che al secolo XIII era una città molto commerciale, ed ove, dice il Polo, «gli abitanti sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi.» Ivi si raccoglie particolarmente il legno di sandalo, ed i mercanti del Levante e del Ponente vi accorrono a negoziare in gran numero. Il paese del Malabar è feracissimo di riso; ha leopardi, che Marco Polo chiama «leoni tutti neri», pappagalli di varie specie, e pavoni assai più belli e più grossi dei loro congeneri d'Europa.