Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro la morsicatura d'un cane rabbioso.[30]

A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale, Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare a caccia od andare in oste ( in guerra )»: i lavori faticosi sono riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia; cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà; quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori, che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana.

Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti, liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava, chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau, situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica; erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel reame cadesse in potere del Kan.

Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti. Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu, nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di queste dipinture più si tiene gentile e bello.»

Cangigu è il punto più meridionale raggiunto da Marco Polo in questo viaggio. A partire da questa città risalì verso il nord-est, e pel paese d'Amu, che credesi sia il territorio di Bamu, in mezzo all'Impero Birmano ed alla provincia del Yun-nan, giunse nella provincia di Toloma, oggidì conosciuta sotto il nome di Tai-ping. Ivi trovò begli uomini, bruni di pelle, valenti guerrieri, i cui monti sono muniti di castelli fortificati e che si nutrono abitualmente di carne, riso e spezie. «Quando muoiono fanno ardere i loro corpi, e l'osse che non possono ardere sì le mettono in piccole cassette, e portanle alle montagne, e fannole istare appicate caverne, si che niuno uomo nè altra bestia non puote toccare. L'oro abbonda nel paese; usano però come piccola moneta la porcellana, ossia quella conchiglia ( Cyproea moneta ) di cui abbiamo già parlato più addietro. Vivono di carne, di latte, di riso e di spezie.

Qui il signor Charton fa giustamente osservare che il viaggiatore si allontana dal paese conosciuto sotto il nome d'India al di là del Gange, e ritorna verso la China. Infatti, lasciata Toloma, Marco Polo seguì per dodici giorni, verso levante, un fiume sulle cui rive sorgevano molte città e castella; e giunse alla città di Sinuglil, che si crede sia la moderna Sou-tcheou, capitale della provincia di Guinguì, che dev'essere, scrive il Lazari, il territorio bagnato dalle acque del Chin-scia-chiang. Ciò che lo colpì dippiù in questa contrada,—e si ha ragione di credere che l'ardito esploratore fosse anche un valente cacciatore,—fu il gran numero di leoni che infestavano le pianure e le montagne. Tutti i commentatori sono però d'accordo nel ritenere che i leoni di Marco Polo non fossero altro che tigri, non essendovi leoni nella China. Ecco quanto ne dice il Veneziano: «V'ha tanti leoni, che se neuno dormisse la notte fuori di casa, sarebbe incontanente mangiato. E chi di notte va per questo fiume, se la barca non istà ben di lungi dalla terra, quando si riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e piglierebbe uno di questi uomeni, e mangerebbolo; ma gli uomeni se ne sanno bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E sì vi dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un gran leone, e sono questi cani di questa contrada, e sì lo uccidono, tanto sono arditi. E dirovvi come. Quando un uomo è a cavallo con due di questi buon cani, come i cani veggono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e l'altro di dietro, ma sono sie ( ) ammaestrati e leggieri che 'l lione non gli tocca, perciò che 'l lione riguarda molto l'uomo; poi il lione si mette a partire per trovare albore ( albero ), ove ponga le reni per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono alle coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è a cavallo, sì lo seguita percotendolo con sue saette molte volte, tanto che 'l lione cade morto, sì che non si puote difendere da uno uomo a cavallo con due buoni cani.»

Parlando degli abitanti di questa provincia, dice che «hanno sete assai, che sono idolatri, sottoposti al Gran Cane, e spendono monete di carta.»

Da quella provincia, Marco Polo risalì direttamente il fiume, ed in capo a dodici giorni fu di ritorno a Sindi-fu, capitale della provincia di Szet-chuen, dalla quale era partito per compiere la sua escursione nel Tibet. Di là, riprendendo la via già percorsa, fece ritorno presso Kublai-Kan, dopo aver felicemente compiuta la sua missione nell'Indo-China.

Sembra che allora Marco Polo venisse incaricato dall'imperatore d'un'altra missione nella parte sud-est della China «la parte più ricca e più commerciale di quel vasto impero, dice il Pauthier nel suo bel lavoro sul viaggiatore veneziano, e quella altresì su cui, dopo il secolo XVI, si ebbero in Europa maggiori notizie.»

Se stiamo all'itinerario tracciato sulla carta del Pauthier, Marco Polo, lasciando Cambalu, si diresse al mezzodì verso Chacafu, ch'è la moderna Ho-hien-fu, una delle più ragguardevoli città del Peche-li; di là a Ciaglu, oggidì Tsan-tcheou, ove si fabbricava il sale, che veniva esportato nelle circostanti contrade, indi a Ciagli, città industriosa che i commentatori ritengono sia la moderna Tetcheu, sulle rive dell'Eu-ho, all'entrare della provincia di Shan-tung; finalmente a Codifu o Codiufu, l'attuale Tsi-nan-fu, capitale della provincia di Shan-tung, patria del grande filosofo e legislatore Confucio[31]. Codifu era a quel tempo una grande città, la più nobile di tutte quelle contrade, frequentatissima dai negozianti di seta, ed i cui meravigliosi giardini producevano gran quantità di frutti deliziosi. A tre giornate di cammino da Codiufu, Marco Polo trovò la cittàdi Siugni, che credesi corrisponda alla moderna Lin-tsin-sceu, posta all'imboccatura del gran canale di Yun-no, punto di convegno delle innumerevoli navi che «recano nelle provincie del Mangi e del Cattai grandi mercatanzie, tanto, ch'è maraviglia a credere.»