— È un così brav'uomo! — soggiunse il vecchio.
— E tratta Guglielmo con tanta bontà! — aggiunse la bambina.
Anche Guglielmo sperava, ma le sue speranze si mutarono in ansiosi timori quando il giorno seguente seppe che il suo ottimo padrone non si trovava in grado di lasciare il letto, e che il medico era impensierito dai sintomi riscontrati.
Si manifestò una febbre tifoidea che in pochi giorni condusse il farmacista alla tomba.
La sua morte fu per Guglielmo un colpo tanto improvviso e terribile, che su quel subito egli non comprese le importanti conseguenze che da questo evento derivavano a lui stesso, nel suo avvenire. La farmacia venne chiusa, essendosi la vedova risolta a vendere i fondi per ritirarsi a vivere in campagna; sicchè rimase privo a un tempo dell'impiego e del prezioso appoggio che aveva nel signor Bray.
Nell'ultimo anno i guadagni del giovanetto erano stati considerevoli, e avevano migliorato le condizioni de' suoi cari, permettendo loro di diminuire le proprie quotidiane fatiche. Il pensiero d'essere a carico della mamma e del nonno anche per un solo giorno era intollerabile al suo spirito indipendente ed energico. E però si mise sollecitamente alla ricerca d'un nuovo posto. Incominciò dal rivolgersi ai farmacisti della città: a nessuno di essi occorreva un ragazzo dell'età sua, e la giornata fu spesa in gite inutili.
Ritornò a casa la sera, disilluso, ma punto scoraggiato. Se non trovava da impiegarsi in una farmacia, avrebbe fatto qualche altra cosa.
Ma che cosa? Questo era il nodo. Dibattè a lungo la questione con sua madre. Ella sentiva che l'ingegno e l'educazione del suo figliuolo gli davano diritto a un posto almeno pari a quello che aveva occupato fino allora, e non poteva sopportare l'idea ch'egli scendesse a servigi più bassi. Guglielmo stesso, senz'essere presuntuoso, non pensava diversamente. Egli ben si sapeva capace di tenere uffici richiedenti assai maggior coltura e attitudine agli affari che non le incombenze affidategli dal signor Bray. Ma se per ora non era possibile conseguire ciò che desiderava, avrebbe preso ciò che si sarebbe offerto. E cercò da tutte le parti. Il guaio era che non aveva nessuno da far dire una buona parola in suo favore, e certo non si può pretendere che la gente abbia fiducia in un ragazzo sconosciuto e senza raccomandazioni.
Tutti i suoi passi riuscivano dunque infruttuosi, e un giorno dopo l'altro se ne tornava a casa silenzioso e depresso, temendo la vista del nonno e della mamma. Quando questa volgeva verso di lui piena di speranza il pallido viso che portava l'impronta di tante cure, di tante fatiche, era uno strazio per il suo cuore doverla rattristare con nuovi disinganni; e non meno lo tormentava il pessimismo del vecchio, il quale addirittura non credeva alla possibilità ch'egli trovasse un'altra occupazione, nè si sarebbe persuaso del contrario finchè non glielo provasse un fatto di cui non si vedeva ancora speranza. In capo a due settimane la signora Sullivan finì con l'astenersi dall'interrogarlo sui risultati delle pratiche fatte, avendo il suo vigile occhio materno scorto tutta la pena che gli cagionavano quelle domande. Aspettava pazientemente che egli le comunicasse le sue notizie, se ne aveva.
Spesso così avveniva che non fosse scambiata tra loro una parola sul modo in cui Guglielmo aveva impiegato la giornata. E molte trepide istanze egli fece per ottenere lavoro, molte mortificanti repulse ebbe a soffrire, di cui sua madre nulla mai seppe.