L’inondazione degl’ipogei poteva farsi a comodo; e quindi poco c’importa di conoscere il volume dell’acqua necessaria a riempirli ed il tempo che questa v’avrà impiegato. Contuttociò, poste le sostruzioni stabili, si può dedurre che il volume necessario fu circa di un terzo minore di quello che sarebbe occorso a riempire l’intero ipogeo vuoto all’altezza di m. 3,50; ossia occorreva un volume d’acqua di m. c. 7467 circa, ed appena un’ora ed un quarto di tempo.
Opino che simili inondazioni si facessero prima che gli spettatori occupassero i gradi, acciocchè il rumore del grosso volume d’acqua, che si scaricava nel sotterraneo, non tradisse il segreto che si voleva serbare.
E qui mi si permetta manifestare una mia idea circa i varî ludi dati da Tito nell’Anfiteatro, allorquando lo dedicò, e dei quali parla esplicitamente Dione.
Alcuni scrittori opinarono essere impossibile il combattimento delle gru; ed il Casaubono era tanto persuaso di questa impossibilità, che corresse il testo di Sifilino, sostituendo alla gru (γεράυοις) i germani (Γερμανοὺς). Il Reimaro s’oppose a questa correzione, ed io non vedo l’assoluta impossibilità di quel combattimento. Chi di noi non sa che i volatili e tutti gli animali s’azzuffano fra loro, allorchè vengono a contrasto per una preda? Perchè dunque dovrà sembrare impossibile che le gru, quei grossi uccelli, abbiano potuto azzuffarsi fra loro, molto più se, come è possibile, fossero state antecedentemente ammaestrate, e legate a lungo per una zampa? — Che realmente si eseguisse questo strano combattimento, me lo persuade inoltre lo stesso divisamento di Vespasiano, in voler dare nel suo Anfiteatro giuochi in acqua: divisamento che potè far sorgere in Tito l’idea di completare, direi quasi, la straordinaria rappresentazione, dando un combattimento di nuovo genere; esibendo, cioè, nella solenne dedicazione del nostro monumento, giuochi aerei, terrestri e marini.
Concludiamo:
L’esame del monumento ci ha fatto conoscere la verità della narrazione di Dione; ha confermato il parere del Nibby relativamente al passo di Suetonio, ed ha illustrato splendidamente l’epigramma XXVIII[889] di Marziale, rivelandoci il vero senso di quei versi oscuri. Ora in grazia di quest’esame, intendiamo come veramente nel solo Anfiteatro-Naumachia di Vespasiano Nereus poteva concedere di andare pedester nelle liquide onde, potendo correre sul piano inondato dell’arena (prima che le acque giungessero ad un livello da sopportar le barche) i cocchî, camminare gli uomini e guazzare le bestie; e vediamo come i versi di chiusa, che finora sembravano una puerile incensata, non erano che l’espressione di un fatto vestito di poetiche forme:
Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis,
Hanc unam norint saecula Naumachiam.
CAPITOLO SECONDO. Quest. 2.ª — Quali soggetti erano rappresentati nei clipei? Come erano questi disposti? Quanti erano?
Nel secondo capitolo della PARTE I dimostrammo che la voce clypeum, usata dal cronografo dell’anno 334[890], significava scudo rotondo, per lo più di bronzo, coll’effigie scolpita od a rilievo di una divinità o di un eroe o di qualche personaggio illustre; ed aggiungemmo che esso scudo solevasi collocare nelle pareti esterne dei tempî ed in luoghi pubblici. Dimostrammo parimenti che questi clipei ornarono il quarto ordine dell’Anfiteatro Flavio; dicemmo che tuttora si ravvisano i fori nei quali erano fissati quegli scudi, e promettemmo finalmente di dare il nostro umile giudizio circa i seguenti quesiti: