[123]. Altro luogo inesplicabile della nostra copia.
[124]. La nostra scorrettissima copia leggeva: Ovo nicro novo ecc., e non sapevamo come correggere il passo. Speravamo di trovare questa iscrizione o in qualche antica Guida di Napoli, o in altra opera storica. Ma riuscite indarno le nostre ricerche, ci siamo rivolti all'eruditissimo ed illustre sig. Bartolommeo Capasso, che gentilmente ci rispose: «Sui due versi del Castel dell'Ovo debbo dirle che essi non sono riportati, nè sono in qualunque maniera indicati in alcuno dei nostri patrii scrittori, sì editi che inediti. E siccome le descrizioni che abbiamo di Napoli, alquanto particolareggiate, non sono più antiche del secolo XVI, così bisogna supporre che fin da quel tempo non esistessero più. Verisimilmente dovettero sparire nell'assedio posto al castello dal Gran Capitano, nel quale Pietro Navarro, come credesi, fece le prime pruove delle sue mine, e con esse abbattè l'arco che dalla strada di S. Lucia immetteva al ponte del Castello, ove quei versi dovevano leggersi. In ogni modo, mancandoci il confronto di altri esemplari, non si può rettificarne gli errori con la lezione migliore. Ho cercato quindi di divinare il senso dell'epigrafe colla storia del castello, ed ecco dopo molto meditarvi su la mia congettura sul proposito.
«Nella Cronaca di Partenope, volgarmente attribuita ad un Giovanni Villani napoletano (l'edizione più facile a trovarsi è quella del 1680 di Napoli, nella Raccolta di vari libri ecc.), tra le altre opere di magia che si dicono fatte da Virgilio a beneficio dei Napoletani, trovasi la consecrazione di un ovo, che il poeta avrebbe chiuso in una caraffa di vetro, e depositato in un luogo secreto e ben custodito del Castello marino o del SS. Salvatore a mare, perchè ne fosse, per dir così, il Palladio, e ne dipendessero i fati da quello. Nella stessa Cronaca (cap. 46 del lib. III) si narra che al tempo della regina Giovanna I, quando Ambrogio Visconti, figliuolo naturale del duca di Milano, fuggì dal detto castello, ove era prigione, ruppe la caraffa, e tutti li edifici antichi del castello se diruparo. Allora la regina lo fece di nuovo riedificare, et perchè non avesse perduto lo nome del detto castello, fece includere lo ovo in uno vassello di vetro, più bello, et più sottile et megliore.
Ora, posto ciò, io leggo i due versi: Ovo nicro novo non sic turbor ovo dorica castra cluens tutor temerare timeto, così: Ovum (in) vitro novo, sottintendendo clauditur o altro simile; il vitro benissimo poteva scambiarsi in nicro; non sic (ego, parla il castello) turbor (ab) ovo. Dorica castra cluens tutor (assicuro, difendo); temerare timeto. Il dorica castra allude evidentemente all'origine greca della città».
Siano grazie all'eminente erudito che volle aiutarci colle sue dotte induzioni. La sua assicurazione, che l'epigramma sopra detto non è ricordato da alcuno scrittore napoletano edito e inedito, è una prova evidente della diligenza con la quale il nostro Sanudo raccoglieva le memorie non solamente di Venezia ma di tutta l'Italia. Alla cronaca del Sanudo, dice di fatti lo stesso illustre sig. Capasso, debbo «la cognizione di parecchi particolari intorno alla città di Napoli specialmente, che sono taciuti dai nostri cronisti, ed ignorati dai patrii scrittori».
[125]. «A sì che tal Signoria di Venetia sapere non puotevano come quelli oratori voleano far lega», così il Guazzo.
[126]. «Nascondeano i prelati di Roma nei monasteri le loro cose, andando il re di Franza a Roma di qualche novità dubitando». Guazzo.
[127]. Leggesi stampata in seguito al discorso di Leonello Chieregato, che troveremo ricordato qui appresso.
[128]. Leggesi in un libretto del tempo, del quale ho veduto due esemplari nella Biblioteca Marciana, ma senza alcuna nota tipografica. Trattandosi di un discorso che andò già per le stampe, credo inutile riprodurlo.
[129]. «Per i capitoli haveano con il Re di Franza», aggiunge il Guazzo c. 138.