Et vedendo nostri el Pontifice pur star constante in volerse mantenir a Roma, fo terminato a dì 23 Mazo nel Consejo de Pregadi de far cavalcar a Roma el Signor de Rimano con la soa conduta, et quello di Pexaro, et la zente dil Duca de Gandia. Et fo dato ad Alvise Becheto orator dil Papa ducati 2000 per ditte zente, et fo scritto a Piero Duodo provedador de Stratioti a Ravena, dovesse transferirsi verso Roma, et fo scritto a Roma de queste provisione, prometendo mai mancarli de ogni aiuto. Et a dì 25 ditto feceno alcuni capi de provisionadi, nominati di sopra, et scrisse a li rettori di le terre nostre de terra, che per tutto se dovesse far la descriptione de li homeni da fatti, et quelli volevano soldo, però che fama era Venetiani voleva far X milia provisionati. Et scrisse a Lunardo Mocenigo, luogotenente in la Patria dil Friul, dovesse con Nicolò Savorgnan cavalier et azonto a la dignità dil Mazor Consejo per soi meriti, veder facesse 1000 provisionati lì in la Patria, li qual ad ogni bisogno fusseno preparati. Etiam per Collegio elexe Piero Michiel da San Polo provedador al levar le zente de Romagna, zoè Rimano et Pexaro, et quelle condurle a Roma. Fo mandato 200 curaze di l'arsenal a li Stratioti a Ravena, a ciò fusseno armati, et altre provisione a la zornata nostri faceva, preste, optime et necessarie; et el Collegio se reduseva molto a bon'hora.
A Milan a dì 26 Mazo fo fatto la solennità di la investitura: la qual, el modo et come sarà qui sotto scritto. Et è da saper che prima fo fatta uno venere, secreto, in camera dil Duca con tutte le cerimonie, et queste per esser bona hora, habuta dal suo Maistro Ambrosio, astrologo, dil consejo del qual nunquam si parte, imo tutto fa per ponto di astrologia. Et poi publice si doveva far la domenega, a dì 24; ma ditto astrologo non volse, et fo dimorato fino a Luni, nel qual zorno fo tanta pioza, che pareva el mondo venisse a terra; et cussì fo fatta el Marti, a dì 26 ditto.
Ordine et cerimonie usate a Milano in la investitura dil Duca a dì 26 Mazo 1495.
Prima fo conzato tutte le strade veniano dal castello fin a la piaza dil Domo, con certi corni de dovicia fornidi d'erbe et in mezo le sue arme. Et a l'intrar nel campo dil Domo era uno edificio di legno con tre porte a la romana, conzado con depenture et erbe. Et passado ditte porte, et zonti su la piaza, era un soler tanto largo quanto la presentia di la chiesia, alto... de' gradi, con colone, el cielo dil qual era coperto di raxo cremexin con stelle d'oro fatte a man. A l'incontro dove si montava suso era questo medemo pur coperto di raxo, ma con arbosseli d'oro per dentro. Nel loco preditto era un altar con certi santi, non grandi, d'arzento di sopra; vi era una credentiera d'arzenti, sopra la qual vi era tra vasi et secchii grandissimi, pezi 58; item figure di santi, 35, coppe et altri vasi a compimento più di cento e undexe grandi et magnifici; valea zerca ducati 30 in 35 milia. Da la banda era aparechià do loze da sentar, a banda destra per la Excellentia dil Duca, sopra la testa e a le spale d'oro a la sua divisa, che è bianco et paonazo; el cancello davanti era coverto de restagno d'oro con tre cussini pur di restagno. Da la banda zanca, dove dovea star li Ambassadori, era di sopra a le spale pur di drapo d'oro, sì come ho ditto, el canzello davanti coperto di raxo cremesin; in terra tapedi e bancali, e poi molte banche per sentar diverse persone. Et a l'hora deputata, el se partì de Castello i Ambassadori dil Re de Romani con 50 trombeti, acompagnadi da zerca 100 cavali tra la sua fameglia et altri cortesani e signori, i quali condusseno al Domo su el ditto soler, al luogo destro deputato a la persona dil Duca. Da poi non molto, a hore zerca 16 venne la compagnia e corte sua a do a do, numero 388, tutti vestidi di seda, d'arzento et d'oro, la mazor parte a la longa, su boni e belli corsieri, tra i qual era più di 130 vestiti d'oro, più di 80 d'arzento, el resto de seda. Driedo i qual venne el Signor in mezo di l'ambassador di Spagna et di Napoli, driedo lui era la Duchessa in mezo di Sebastian Badoer et Hyeronimo Lion oratori veneti, poi altri do che andavano in Spagna, Francesco Capello kav.r et Marin Zorzi dottor; driedo loro Fiorenza, Ferrara, Bologna e Zenoa et altri; poi donne 58 a cavallo driedo la Duchessa, vestite a la castigliana, ben in ponto, et la mazor parte d'oro con belle perle et altre zoie. Poi 4 carete: una bellissima dorada, coperta di restagno, et cussì i collari di 4 cavalli liardi la tirava; et le altre tre coperte una di arzento et do di seda, ne le qual era donne di la corte sua con bellissimo ordine. Et zente assà per tutto, sì per i balconi come per la terra; i frati de ogni ordene tutti suso le strade a lai (a lato) i muri sì nel andar come nel ritorno. Apresentadi suso el soler, cadauno ai luogi soi, a banda destra li Ambassadori dil Re de Romani, et el Duca in mezo; a banda zanca tutti li altri Ambassadori et signori, zoè el Marchexe de Mantoa, don Alphonso fiul dil Duca de Ferrara, misser Hannibal Bentivoj fiul dil magnifico Joanne, e cadaun sentadi secondo i suo luogi. Era su quel soler più de persone 1000, tra li altri era 160 dottori vestidi di scarlato con colari et bareti di varo. Da poi sentadi el venne l'arzivescovo de Milan, zoè quel va orator in Spagna, con molti prelati e calonegi ben vestidi, et lui aparato per dir li officij, et cussì quello per lo evanzelio et epistola. Ditto l'introito et cantado do epistole et l'evanzelio et altre cerimonie fatte a l'ambroxiana, cantono le litanie et certe laude per raxon benissimo, per esservi boni cantadori in Milano. Et poi si levò in piè uno misser Corado, uno de li Ambassadori dil Re de Romani preditto; el qual fece una oratione a tutti, et presentato al Duca la lettera dil suo Re con alcuni capitoli, quali el Duca letti in publico, li fu apresentado uno messal et in pie', coram omnibus, zurò di observarli. Poi li fece cavar uno suo vanto (guanto), digandoli certe parole, li messe uno anello in dedo (dito). Poi si fece dar uno manto di raxo cremexin foderà di armelini e con un colar largo 4 dea pur fodrato, aperto sopra le spalle, sopra el qual disse etiam alcune parole, et sì gel messe indosso sopra una vesta lui havea a mezza gamba pur di raxo cremixin. Indi poi li fo portato una bareta, fatta a modo una celada, con una ponta da driedo longa, e davanti con un revoltin, con uno filetto de varo, et di sopra un centurin d'oro a torno. Dopoi li fo apresentado uno stendardo tutto rosso in la man zanca, picolo, in segnal di sangue, con le arme. El Duca havia bolzegnini biavi in piedi. Or poi li fo dà uno stendardo grando d'oro con l'aquila negra, el bisson inquartà, ne la man destra. Dà questo, el tolse el rosso et butollo al populo con molte altre bandariole di l'arma sua fatte di tela. Poi li fo apresentato la spada nuda in man, la qual dete a tegnir al conte di Melzi, et el stendardo fo dato a portar al conte Galeazo de San Severino. Dopoi li dette il sceptro, zoè una bacheta, la qual ditto orator gela presentò con una reverentia fin in terra; la qual in cima havia uno pomo d'oro. Et fatto questo, se conzò a sentar tutti, et montò su uno solaruol misser Jasom del Mayno jurisconsulto famosissimo et dil consejo secreto de ditto Duca, et fece una oratione in ringratiar quelli oratori per nome dil suo Signor de la investitura habuta, et fo molto longa. Poi compita, et levato el Corpo de Christo, et finita la messa, hauta la beneditione era hore XX, et li fo apresentà per li dottori uno baldacchin damaschin bianco torniato de vari; e quelli lo portono tutti a torno el cavallo dil Duca insieme 4 di primi di Milano, che era a le staffe, vestiti d'oro fin in terra. Era portata avanti el stendardo et la spada, portata da li sopraditti. La Duchessa driedo con le damisele, oratori etc. tutti a cavallo, in tutto n.º 400, cridando i soi servitori: Duca! Duca! ma pochi dil populo. Et cussì ritornono in castello, con soni di trombette, pifari, campane et bombarde; sì che, tornati li oratori a caxa, era hore 22. Et è da saper che a torno la piazza dil Domo era soleri, et in tutti zerca persone 50 milia vedeva. Poi la sera el Duca mandò a donar a li do oratori veneti andavano in Spagna do privilegii, per i quali li donava la soa insegna che la podesseno usar come loro propria in segno di grande amor et benivolentia. Et poi a dì 27 dopo disnar esso Duca, con ditti oratori dil Re de Romani et Hyeronimo Lion orator veneto et altri, cavalcò a Pavia per far certe cerimonie e tuor quella contrà, et tornò poi a Milano a dì 31 ditto come int.... Tornato el Duca in Milano fece provision de haver danari con ogni suo forzo, mandando per cittadini in Castello, et da loro voleva danari. Item have lettere di Vormes da li soi Ambassadori era al Re de Romani, come era aviati 2500 fanti elemani, parte venivano per la via di Trento, et parte per la via di Cuora; etiam de brieve doveva aviar cavalli 3000 in favor di la liga. Ancora have lettere da Monferà, come passava i monti cavalli franzesi 1500, franchi arcieri, dil campo di Aste. El Duca fece far ogni diligentia niun non andasse nè venisse di Franza; et nel tempo di la sua investitura fo preso uno corier veniva di Franza con lettere di diversi signori drizate al Re, che li aricordava dovesse ritornar in Franza, et che non feva per lui star in Italia, et quanto più l'indusiava el feva pezo.
Come el Re de Franza se partì di Napoli.
El Re veramente di Franza, havendo messo ordine al reame di quello era de bisogno, et acquistato tutte queste terre grosse a la marina da uno cao a l'altro, zoè Ortona, Manferdonia, Barletta, Trane, Molfetta, Giovenazo, Bari, Manopoli; in la Puia, Otranto, Taranto, Rossano, Cotron, Squilazi, Rezo, Salerno, Malfi, Castelamar, Mola et Gaeta, mancava solum a la marina haver Brandizo, Galipoli, Torpia et Lamantia; acquistato etiam fra terre et castelli numero grandissimo, et tutto senza arme, deliberò più non dimorar in Napoli, ma venir et ritornar in Franza, et compir li soi disegni. Et lassò in Calavria vicerè mons. di Obegnì, in Puia mons. di la Spara, et in Napoli vicerè mons. di Mompensier; el qual rimase in Castello nuovo. Et in tutto rimase in reame cavalli franzesi 6000 et pedoni 4000, et con lui menò cavalli 8000 et 6000 fanti et altre zente inutele. Et a dì 19 Mazo 1495 mandò la soa guardia avanti fuora de Napoli a Aversa, mia 8 de lì; poi lui a dì XX, che fo el zorno de San Bernardin, venne lì a Aversa ad alozar quella notte, et partì a hore XXI di Napoli. Poi el zorno sequente, fo 21, venne a Capua, et la sua zente aviò verso Roma. Demum andò temporizando a zardini et piaceri fino a Gaeta, però che avanti più non vi era stato. Ma lassiamo qui el Re, et di le cosse fece el Pontifice a Roma scriviamo.
Come el Pontifice se partì di Roma per la venuta dil Re de Franza et andò a Orvieto.
El Pontifice, vedendo che 'l Re al tutto volea la investitura, et venir a Roma dicendo haver a vodo de visitar la chiesa de San Piero, et exhortato continuamente da li oratori di la liga, maxime dal Veneto, dimostrando el pericolo portava Soa Santità restando in Roma, venendo il Re; unde, a dì XXV Mazo deliberò in concistoro de doverse partir de Roma con li Cardinali tutti, et andar mia 60 lontan in una terra chiamata Orvieto, situada sopra uno monte, vicina a Siena, et loco fortissimo. Et doveasi partir a dì 27 ditto, lassando tamen in Roma el cardinal Santa Nastasia, di natione zenoese, locotenente, con grandissima autorità, rimanendo tutti li officii di la corte cussì come ivi fusse el Pontifice, potendo conferir et sigillar etc. Oltra di questo el zorno avanti, che fo a dì ditto, se partì de Roma el cardinal Grimani veneto, eletto dal Pontifice legato nel ducato spoletano; et questo a ciò visitasse quelli lochi di Perosa vicini. Ma poichè el Papa andò in quelle parte, non usò la sua legatione. Questo cardinal è fiul di Antonio Grimani procurator, capetanio zeneral da mar nostro. Ancora a dì 25 ditto el cardinal S. Dyonise con li do altri oratori franzesi se partì de Roma e andono contra el Re, non havendo potuto obtenir la investitura, et con loro andò do oratori dil Papa: lo episcopo de Concordia Chieregato, et frate Gratiano, sì per riferir al Re la volontà soa, quam per poter esser advisato di ogni suo successo, et tenirlo in amicitia. Et poi a dì 31 Mazo, per lettere di l'orator nostro se intese, date a dì 28 in Civita Castellana, come a dì 27 di Mercore da mattina, el Papa se partì di Roma con 20 Cardinali in compagnia, zoè questi: el Cardinal de Napoli, el Michiel, Lisbona, Recanati, San Clemente, Parma, Benivento, Monreal, Orsini, Alexandro, Cartagenia, Siena, San Zorzi, Sanseverin, el qual era capetanio di le zente di la chiesia, Ascanio vice canzellier, Cesarino et Grimani, de Lonado et Valenza, et ancora el Curzense che prima era in amicitia col Re. El cardinal Farnesio era legato in Viterbo; el Medici se ritrovava a Petigliano et ivi restò; li altri Cardinali non venne col Pontifice et era però fuora di Roma, et teniva dal Re, zoè San Piero in Vincula, Savelli, Colonna; e col Re era San Dyonise, Sammallo et el cardinal de Zenoa. Et oltra questi Cardinali venuti col Pontifice, venne tutti li oratori se ritrovava in Roma. Et cussì a dì ditto, fo la vizilia di la Sensa, a hore 12, con li 600 cavalli lizieri di la Signoria et li 500 provisionadi, li 500 cavalli de Milano et 400 provisionati, et altri provisionati di esso Pontifice et altre zente d'arme di la Chiesia et veneno mia 28 a Civita Castellana ad alozar; tamen el Papa fece mia 36, et slongò la via, et questo per non passar per terre de Colonnesi et Savelli, et qui si ripossò quel zorno, per esser di la Sensa. Et in camino come el Papa vete (vide) tanta zente, a presso X mila cavalli, disse: Nui semo pezo che femene, et si havessemo saputo de haver tanti valenti homeni, non saressemo partidi di Roma. Et chiamò l'ambassador veneto, el qual li disse: Beatissime Pater, sempre ho ditto la verità a la vostra Santità. Et el Papa disse: Vui sete nostro carissimo amico, et volse li cavalcasse a lai (lato). Era, come ho ditto, el cardinal Sanseverin capetanio di le zente di la Chiesia. Et poi, el Venere a dì 29, se partì de Civita Castellana et andò mia 12 a uno loco chiamato Orta, et ivi alozò do zorni. Poi el Sabato zonse a Orvieto, et questa nova fo molto accetta a Venetiani di la partita dil Papa da Roma, che mai non se credeva dovesse partirse; et molto fo laudato l'ambassador nostro Hieronimo Zorzi in haverlo saputo exhortar a questo. Et è da saper che 'l primo zorno se partì de Roma el Pontifice, a hore 3 di notte, zonse a Civita Castellana; et poi a dì 30, el Sabato, zonse, come ho ditto, a Orvieto a hore do di notte con li Cardinali et oratori; et ne l'andar da Orta a Orvieto le zente d'arme si conzò in una certa pianura, ita che fo bellissimo veder, maxime le zente di la Signoria, et praecipue li cavalli dil marchexe di Mantoa. Et el Pontifice chiamò l'ambassador nostro, et li disse voleva che queste zente se alozasse sotto Orvieto, et che fusse le guarde di la soa persona. Et cussì l'ambassador ordinò, benchè el Pontifice havesse 1000 provisionadi. Et qui a Orvieto steteno, tamen con paura, per essere vicini venendo el Re, el qual era a Marino mia 12 di Roma lontano, et però era de opinione de partirsi de lì el Pontifice et andar a Perosa, etiam per caxon di le vittuarie. Ma el Re, inteso la partita dil Pontifice de Roma, molto se dolse dicendo che lui voleva andar a Roma per devotione et non per far (danno) a Santa Chiesia. Et con li oratori dil Papa era con lui molto si doleva, et etiam scrisse una lettera a Orvieto al Papa. Ma lassiamo (questo), et altre provisione scriviamo.
Quello seguite a Venetia in questo tempo.
A dì 27 Mazo, fo la vizilia di la Sensa, nel qual zorno a Venetia ne la chiesia de San Marco, comenzando a vespero fino a l'altro zorno a vespero, è il Perdon plenario et jubileo, senza offerir danari, perpetualmente concesso alias per papa Alexandro terzo quando fuzite di Roma per la persecutione di Federigo Barbarossa di l'anno 1177, et venne a Venetia incognito, dove, ritrovato da Sebastian Ziani doxe, et vestito come Pontifice, esso Doxe andò contra l'armada di Federigo predetto, di galie 75, et nostre era solum 30, et ita, volente fato, a la ponta di Salbua in Istria, rupe et fracassò ditta armada, prese el capitanio Othone fiul di l'imperador preditto, et quelo menato a Venetia dove poi esso Imperador se transferite, et fo pacificato le cosse, et el Papa per causa di Venetiani ritornò a Roma nel pontificato. Et non ingrato di questo, concesse al Doxe tutte queste cerimonie: bollar le lettere in piombo; la spada e 'l cussin d'oro; la cariega d'oro; uno cirio bianco; l'ombrella sopra el capo; li tromboni d'arzento; 8 stendardi de diversi colori; le qual tutte cosse el Prencipe li zorni solenni porta avanti. Item concesse el Perdon preditto, et che ogni anno el zorno di la Sensa el Doxe dovesse andar in mar a sposar quello con uno anello, come veri signori di quello; et però hanno certa jurisditione in questo colfo. Et in ogni anno in questo tempo si fa sopra la piaza di S. Marco una bellissima fiera, chiamata da nui la Sensa, et el Doxe è consueto de andar con le cerimonie ducal in Chiesia a vespero, et sta sopra el pulpito. Et questi oratori a hora fo con lui: dil Pontifice, Franza, Spagna, poi quello altro de Franza venuto ultimamente, et Napoli, zoè Ferandino, tre de Milan, Ferara, Mantoa et Pesaro, domino Tuciano baron di Ongaria et don Consalvo fiul di l'orator yspano. Demum la matina andò nel bucintoro con ditti oratori, eccetto Spagna era amalato, et con el Senato fino fuora de li do castelli, dove vi vien el Patriarca, et sposò el mar, et quello benedì, et udite messa a San Nicolò de Lio, juxta el consueto. Et tornati, esso Prencipe menò tutti li oratori, la Signoria et zerca 60 patricii a disnar con lui; el qual pasto fo bellissimo, sì come è assueto de far. Poi disnar se redusse con li oratori di la liga in Collegio a consultar.