A tergo: Domino Thadeo Vicomerchato equiti consiliario et oratori apud Illustrissimum Dominium Venetiarum.

In questa notte medema, domente nostri stavano in expetatione venisse lettere de campo, zonse lettere de Zuan Francesco Pasqualigo Vicedomino nostro a Ferrara, notificava questo esser sta a le man di campi, et che 'l Duca, di Rezo, ha via scritto al sig. Sigismondo so fradello, rimasto al governo de Ferrara come el campo di la liga era stae a le man con Franzesi, et che nostri erano sta rotti, et notificò la morte de quelli conduttieri, comettendoli dovesse mostrar ditta lettera al Vicedomino. Et nota che volse dir campo di la liga, licet tutte le zente quasi era a soldo di la Signoria, eccetto el conte de Caiazo, che era per Milan, come è chiarito de sopra; unde per tutta Ferrara se dimostrava grande consolatione de questa rotta. Concludendo, Ferraresi era di cattivo animo contra Venetiani, et che in Ferrara si buttava passavolanti, si metteva ferri in cao a le lanze, fortificava li passi loro dil Ferrarese. Ancora che esso Vicedomino, da poi queste lettere la Signoria fo certificata, volendo mandar uno suo con lettere a Bologna, in strata, poco fuora de Ferrara, fo assaltado et batudo, adeo convenne ritornar in driedo. Et che Ferraresi usavano assà stranie parolaze et bestial, per el grande odio ne havea. Ergo non immerito li puti cridava, et ogniuno diceva: A Ferrara! A Ferrara! Et li puti in questa terra cantavano una canzone:

Marchexe di Ferrara, di la caxa di Maganza,

Tu perderà 'l stado, al dispetto dil Re di Franza!

Et il populo era molto volonteroso de andar a tuor Ferrara; et li artesani et bottegeri quando andavano a li X Savij a esser tansati, tutti offrivano di pagar el dopio, volendo andar a Ferrara: tamen la Signoria non volse in questo tempo far niuna dimostratione contra esso Duca, el qual era in Rezana, et havia mandato molte vittuarie in campo dil Re di Franza, et barili di polvere per le artiliarie (che, si questo non fusse stato, non harebbe potuto el Re operarle), et non considerava l'ubligatione havia a questa Signoria, per haverlo una volta messo in stato, et a so zenero Duca de Milan che vi andava il so stato a pericolo, et a la vita di l'altro Marchexe de Mantoa nostro governador etiam so zenero. Et è da judicar con questo Re havesse tramato molte trame, tutto per rehaver el Polesine de Ruigo, acquistato per nostri con justissima guerra l'anno 1482, dove per la Signoria è sommesso, et si teneva a custodia in questo tempo zerca cavalli 600 et alcuni provisionati, nè mai li volseno mover. Et so fiul Don Ferante era pur a soldo dil Re, et quasi tutta Ferrara vestiva a la franzese, cridando Franza! Franza! Et come fo divulgato, che el zorno avanti el Re venisse zo di monti a Fornovo, esso Duca de Ferrara fo in campo a parlar a Soa Majestà stravestito, et li disse come l'opinione di Venetiani era, nostri non se apizasse nè facesse fatti d'arme con Soa Majestà. Et cinque zorni avanti seguisse el fatto d'arme, nel nostro campo acadete, che alcuni Ferraresi volendo insieme combatter, uno de loro andò dal Marchese governador, pregando Soa Signoria volesse venir a veder et cussì vi andò. Et zonto dove era ordinato, trovò 4 Ferraresi haveano le balestre carge, et li comandò discargasseno; tre de loro disserò el vereton in l'aiere; el quarto non volse; unde da quelli dil Marchexe preditto li fo butà la testa via da le spalle, et poi fo preso quello venne a chiamarlo, et examinato lo fece apicar subito; et mandò uno editto: niun Ferrarese ne le soe terre più non potesse habitar, et quelli erano lì dette termine tre hore a sgombrar el so paese: quale fusse la cagion, lasso considerar a li Savij lezerano.

Ma el Duca de Ferrara, da poi inteso la verità del seguito in campo, et come nostri haveano habuto vittoria et toltoli li cariazi, et assà franzesi morti, scrisse ad Aldobrandino di Guidoni dottor da Modena so ambassador in questa terra, dovesse andar in Collegio et alegrarsi con la Signoria di la vittoria havea habuto el campo di la liga. El qual orator, andato a dì 13 Luio, non potè haver audientia. Ma inteso el Serenissimo Prencipe come l'ambassador de Ferrara havia voluto audientia, deliberò a dì 14 la matina venir in Collegio; et venuto ditto orator, volendo alegrarsi, disse quanto li era comesso; El campo di la liga. Et el Prencipe rispose: Qual campo di la liga? Dicemo esser nostro, et nui l'haver pagato, et non la liga. Poi disse come per la terra se divulgava, che 'l so Signor in queste novità non havia fatto il dover so, excusandolo molto, disendo voleva star al paragon. Al qual el Prencipe sapientissimamente rispose, et li fece lezer due lettere del Vicedomino, de li portamenti di Ferraresi contra de esso Vicedomino et de nostri, li comemorò quello l'anno passato comportò el Duca a quelhoro fece quelle poltronarie in loza del Vicedomino a Ferrara, dagandoli taia solum lire 25 de pizoli. Conclusive li disse: questi non erano boni muodi, nè cosse dovesse esser accepte a niuno de questa terra, et che 'l non havea cagione. Et cussì dette licentia a esso orator.

Come el Re de Franza col so exercito se partì con gran fuga di le giare dil Taro.

Compita la battaia Franzesi si redusse a lo ascender di la collina che va verso la via romea, et lì stete, sì come ho ditto; et la mattina seguente a dì 7 ascese, et de lì se allontanono in uno loco atto et comodo a do mia, ficando trabache et paviglioni a l'incontro di la banda di l'esercito nostro, facendo strepiti et movimenti di battaia, traendo qualche botta di artilaria, dove el nostro campo tutto sempre stette in arme, aspettando di assaltare o vero di esser assaltato. Et cussì stando, a hore 16, vene uno trombeta dil Re da li Provedadori a dimandar tregua per 4 hore et parlamento, però che la Majestà dil Re voleva mandar quattro de soi a parlar al Capetanio et Provedadori, zoè mons. cardinal de Samallo, el mareschalco de Giae, mons. de Pienes et mons. d'Arzenton; et cussì li fo concesso, per veder quello richiedevano, i quali si poteva reputar rotti et in fuga. Et cussì a tal parlamento andò el Governador marchexe, li Provedadori et conte di Caiazzo con alcuni altri nostri condutieri, sora una certa aqua pur dil Taro. Da l'altro canto di la ripa dil Taro preditto venne mons. di Arzenton con alcuni altri Franzesi, ma non quelli tre doveano vegnir. Et dapoi le salutatione, fo da esso mons. di Arzenton collaudato molto li nostri Italiani usque ad summum, dicendo che haveano sostenuto la pugna et combattuto con li primi baroni et cavalieri dil mondo, quali sempre erano stati vittoriosi in battaie orribile et grandissime guerre. Da poi dete parole sub spe concordii sive autem che erano aparechiati a la battaia, et che quelli altri baroni et mons. cardinal, che la Majestà dil Re li havia deputati a venir con lui, non se fidando, et non conoscendo, come fo io, Venetiani, et però voriano uno salvo conduto in scrittura, et io, per essere stato a Venetia e saper vostra parola è carta fatta, son venuto. Adonca V. S. farà el salvo conduto; et domatina piacendovi de redurvi in questo loco, noi tutti veniremo a parlarvi, et son certo concluderemo cosse per beneficio de tuti nui. Et cussì fo concertato l'ordine; et fo mandà uno trombeta dil sig. Marchexe con esso mons. di Arzenton, aciò potesse la mattina ritornar da nostri a notificar la loro venuta. El qual trombeta non ritorno più, et non se intese quello di lui fusse fatto. Hor, interloquendum Arzenton molto si dolse de li morti in battaia, li quali ancora erano su la campagna meschiati li corpi con li cavalli, et fu spanto grandissimo sangue licet per pre' Zaneto di Santo Apostolo et per pre' Piero Magatello, capelani di Provedadori nostri, et per altri capelani et preti di campo ditti corpi nostri tutti trovati nudi, perchè erano stati spoliati, altri fonno sepulti con gran lacrime lì a Gierola in la chiesia, altri nel cimiterio; et li homeni de qualche conto fonno messi in casse et mandati in loro terre a sepelir: come fo el sig. Redolfo. Guido de Gonzaga et Zuan Maria, favorito dil Marchexe, fonno in casse mandati a sepelir a Mantoa; il conte Ranuzo in Brexana, dove era li soi lozamenti; Ruberto di Strozi et Alesandro Beraldo, cussì come in vita erano compagni carissimi, cussì fonno trovati li corpi uno a presso l'altro, et fonno sepeliti in chiesia a Gierola insieme, benchè poi fusseno in casse mandati a Padoa, et il Strozi fo sepolto a Santa Maria di Betelem, dove era la madre. Questo era il forauscito di Fiorenza etc. Et altri valenthomeni et de qualche conditione fonno messi in depositi, poi portati a sepelir. Et fo numerati li corpi de Franzesi, fonno trovati più de 2000; et era, come ho scritto, una terribilità a veder dove fo fatto la battaia, per tanti corpi, mescolate le budelle de cavalli con quelle deli homeni; qua era una testa et là un brazo; uno homo sbudelato et uno cavalo morto; adeo dirò cussì, fo crudelissima battaia, come da 200 anni in quà in Italia,.... quasi dicat, combattevano per el ben de Italia, come era con effetto: Hor, ditto Arzenton dimandava a li Provedadori ( se ) havea fatto niun preson. Risposeno non sapeva ancora; solum el bastardo de Borbon. Et lui disse: Manca mons. tal etc., nominando assà gran maestri, dicendo saranno sta morti: Et cussì fece uno trombeta dil Re, che venne poi, partito Arzenton, in campo con una poliza, dimandando se sapevano nulla, dagandoli li segnali. Et come intese non era fatto preson alcuno, venne palido nel volto, dimostrando, per quello diceva, mancava assà baroni franzesi; come etiam per le arme et altri trovati, chiaro si puol concluder et suspettar siano stati de degni homeni et valentissimi, perchè tutti de tal sorte si operò, come fece de nostri, che li vili et pusilanimi ateseno a robar, et strenui combattevano.

Ma Franzesi, consultato tra loro quello dovesseno far, vedendo esser in manifesto pericolo de esser compitamente rotti et fugati, et forsi niuno sarebbe tornato in Franza a portar la nova di la grande sconfita; et passato el zorno, zoè el marti, a dì 8 de notte venendo el mercore, artificiosamente mostrò de distender trabache et paviglioni in longo, et feceno fochi grandissimi, ne li qual brusono li corpi morti de soi nobili. Ancora, come li villani riferiteno, brusò assà numero de soi feriti; et stavano male, et non l'era speranza per non poter menarseli driedo, et lassarli non voleva, aciò per nostri non fusse inteso la gran rotta haveano habuto: et questo fo gran cossa, brusarli vivi et de soi medemi! Et etiam brusono paviglioni, et trabache; forzieri et barde dorate tagliono in pezi, per non portar tanto peso drio et volseno rimaner a la liziera: tamen non lassò le artilarie, menate su carete tirate da cavalli 14 in 16 l'una, aciò fusse securtà loro nel camino. Et in quella notte el Re con più de 500 zentilhomeni Franzesi fece cantar una solenne messa, e tutti se comunicò, zurando de mantener la fede, et, a modo disperati, con grandissima foga, a hore zerca 4 de notte, mentre li fochi grandi ardevano, si levò el Re con el so campo dove era, senza son de tromba nè tamburo come se suol far quando lieva uno exercito, ma a scavezacollo con gran pressa, riservato alcune tende verso el campo nostro, a ciò non se acorgesse de questa soa levata; et montono su la via romea andando verso el borgo san Donin; et lì disnato a le 20 hore; poi zonse ad alozar a Firenzuola. Et nostri in questo mezo credendo la mattina esser a parlamento, secondo l'ordine, vedendo li gran fuogi fatti per inimici, do hore avanti zorno mandono le spie fuora, ad explorar quello facevano i nimici. Et tornati al far dil dì riferiteno Franzesi erano fuziti, et che poteva no esser mia 8 lontano; et fo grandissima cossa, che tanta superbia quanta è quella de Franzesi fugisse la notte et al modo fugiteno; et ne l'andar non fevano dispiacer a niuno, et de qui fino in Aste era mia 80, qual li feceno in zorni... come dirò de sotto. Et per la strada fo trovato qualche Franzese morto, fo judicato esser de li feriti che, per non esser brusati, volseno seguitar el campo. Ma inteso questo per el Marchexe de Mantoa, Provedadori et Condutieri fatto consejo quid fiendum, et tutto el campo se messe in arme et a cavallo, volendoli proseguire le pedate dei inimici; et per el crescer dil Taro fo impedito, sì che fo forza et necessità a ritardar quel zorno. Et el conte de Caiazo con li balestrieri a cavallo li andò drieto per dar nele coaze; et scrisse a Milan al Duca, dovesse mandar zente a obstarli non passasse in Tortonese. Et esso Conte da poi disnar a dì 8, mandò dir a li nostri Provedadori li dovesseno mandar li Stratioti, perchè intendeva l'artilaria era rimasta da drio con poche zente et mal conditionate, et che sperava de zonzerli in le coaze... Unde li Provedadori subito mandò corando a dir a Piero Duodo, Provedador de Stratioti, era alozato un poco discosto dil campo, et li comesse montasse a cavallo con tutti li 700 Stratioti havea, et andasse a trovar el conte de Caiazo perseguitava Franzesi. Et rispose anderia statim; tamen, non fu a hora. Et consultato, come ho ditto, el Governador et Provedador, deliberono de andar con tutto lo exercito driedo; ma per quel zorno non poteno, come ho ditto. Et spazò lettere volando per tutto a Milano al Duca, dovesse far provisione de mandar zente a l'incontro, a ciò Franzesi havesseno contrasto, tanto che nostri zonzesse; et per tutto el conte de Caiazo in Piasentina, mandò a notificar a li contadini, el Re era rotto, et che fuziva, et che li obstassero facendo danni; tamen el campo Franzese fo più presto nel cavalcar, cha questi in far provision. Et quella matina el marchexe de Mantoa zurò de far la vendetta de li valenthomeni li erano stati morti, maxime dil so Zuan Maria so barba, sig. Rodolfo et altri. Et a dì 9 la matina, el campo nostro se levò di Gierola, et andò per quella via seguitando li nimici, li quali erano assà lontani, ma speravano si dovesse astallar in qualche luogo, et etiam haver contrasto de Milan, che nulla hebbe, o vero di le zente paesane; ita che non si presto zonzesseno in loco sicuro, come fo. Et tuttavia el conte de Caiazo li seguitava, et villani dava in le coaze et becava qualche cariazo et qualche cavallo; et loro dubitando non disordinasse, non fece difesa alcuna; ma andavano al so camino, avendo però gran custodia a le artilarie, in le qual havevano grande speranza. Li feriti veramente nostri, zoè el conte Bernardin Fortebrazo fo mandato in Parma, et ivi medegato; et cussì li altri; li presoni a Mantoa, et li butini molti fonno mandati a Brexa in custodia et in Parma. Ma Stratioti, che haveano fatto un bel et rico butino, et come per lettere de Domenego Benedetto podestà et capetanio de Crema se intese ivi esser zonto 100 Stratioti, con 80 some de butini fatti, et che ivi ditti Stratioti stavano a custodirli, i quali doveano atender a seguitar nimici; sì che, concludendo, in questa battaia Stratioti non si portò bene. La causa fo, ateseno a robar. Et anche scriverò questo: che qualche cariazo fanti haveva vadagnato, che Stratioti sopravenendo li amazono, et tolse li cariazi, sì che di loro assà di nostri fanti fo morti, et Stratioti comenzò a perder la fama apud Venetos, et laudando sommamente la zente d'arme. Et questo seguito dil fuzer dil Re zonse la nova in questa terra a dì 10 Luio de matina, zoè lettere di 8 di sera de Provedadori a hore 24; et cussì poi altre lettere venne de quello succedeva. Et chiamato el Consejo dei Pregadi, vedendo questo successo, molti sospettava la Majestà dil Re in la battaia non fusse sta amazato; et ne era assà ragione da creder sì per le arme trovate, che dimostra esser quelle dil Re, quam per la fuga et comunicarse et brusar li soi feriti, perchè el bastardo de Borbon diceva el Re era armato in quel squadron, et che el Marchexe li era vicino. Ancora, per lettere di Bologna zonte in questo zorno, che notificava di la consolation habuta el magnifico Johanne Bentivoj et Bolognesi, et le feste et soni de campane con fuogi haveano fatto, et scrisse la vittoria et assà più numero de morti de quello se judicava fusse de Franzesi, et che per quelli venuti de campo regio dicevano che in quella notte che Franzesi fusiteno, se diceva per el campo el Re era morto, et che non se trovava. Et etiam uno di quelli de Zuan Jacomo de Traulzi, venuto in questa terra, andò in Collegio del Principe, et disse come in campo de Franzesi si mormorava di la persona dil Re, che non fosse sta morto in la battaia. Et è da saper che fo messo in Rialto molte scomesse a dì ij ditto, zoè Hironymo Tiepolo da Londra.... per conto che el Re fin quel zorno era sta amazato et non era vivo; et 4 patricii tocò ducati 120 a darli ducati 400; et cussì se stava su queste pratiche: tamen el Re era vivo. Ancora in questi zorni fo messo scomessa et fatto aseguration, che le galie de Fiandra, nominate per avanti, non erano rotte; et fo dato ducati 50 per 100; et come esso Hironymo Tiepolo diceva, la nova doveva zonzer a dì 12 ditto ad ogni modo; tamen non vene alcuna nova et più de galie se intese. Hor nel Consejo de Pregadi, a dì 10 ditto fo decreto, per ringratiar Dio de tanta vittoria, quanta havia donato a le zente nostre, de far la Domenega proxima, a dì 13 e questo, una solenne procession a torno la piaza de San Marco, portando le reliquie de questa terra a torno, con tutta la chieresia, frati, scuole, etc. per render infinite gratie al nostro Signor Iddio; et cussì etiam scrisse per tutte le nostre terre da mar et luogi dovesseno far. Et de questa parte fo messa, have tutte le balote num. 206, niuna de no et niuna non sincera, et come dirò de sotto. Adoncha la fo fatta, fo ordinato messe per tutte le chiesie de conto Ducal, et una procession de obsequio per le aneme de quelli erano sta morti in battaia, et precipue dil Ser Redolfo et Ser Ranuzo, la cui morte molto dolse. Et intendendo come si haveano portà Stratioti, mandò la Signoria per el Consejo di X a suspender el butino, et scrisseno a Crema dovesse tenir li cariazi et mandar li Stratioti in campo, perchè poi parterebeno el tutto; et che la †, il calice, patena et altri adornamenti di la capella dil Re, presi per Stratioti, dovesseno mandar in questa terra, li volevano tenir per memoria, volendo a tutti satisfar quello valevano. Et Piero Duodo dovesse far inquisitione chi havea l'elmo et la spada dil Re, che la Signoria voleva ditte cosse. El qual elmeto poi fo portato in questa terra a dì 22 ditto; era coverto da le bande di cape d'oro con smalti suso, de sopra coperto di schiame d'oro et de smalti, et una corona d'oro firmata sopra con alcune zoie, Etiam la spada era bellissima. Et oltra de questo, alcuni zorni da poi, per lettere di Andrea Zancani podestà et capetanio de Ravena, se intese come era zonto certi fanti a Ravena, erano partiti di campo et quelli portono li sigilli fo dil Re et altro, come scriverò de sotto al loco suo, et al tempo fonno portati a Venetia. Ma lasciamo queste cosse de campo, et de altro scriviamo.

Essendo in questa terra venuto lo episcopo di Brexanon, orator dil Re de Romani, a dimandar a la Signoria ducati 100 milia, per venir in Italia, a imprestido, excusando el suo Re non havia potuto venir fino hora per caxon di la dieta, et volendo risposta, fo consultado in questo zorno. Venuto a l'audientia, li fo risposto per el Principe, come erano certi dil bon voler havia Soa Majestà, et che al presente, Gratia Dei, più non bisognava, et che 'l poteva considerar la grandissima spesa a hora si havea, sì di l'exercito de persone 25 milia tutte pagate dil nostro, et di l'armata in mar; concludendo non li potevano servir de denari; et che erano certi che gran consolation prenderia Soa Majestà, inteso havia la vittoria et fuga dil Re de Franza. La qual nuova per nostri fo expedito uno corrier con lettere a Soa Majestà a Vormes, et etiam in Spagna, a Roma et in altri luogi, offerendoli el Stado nostro. Et ditto ambassador habuto tal risposta, scrisse al Re; et poi che stete zerca un mexe da poi in questa terra, in Elemagna ritornò. Et è da saper che Thodeschi non fonno molto contenti di questa vittoria; et quelli di fontego el dimostravano, perchè harebbeno voluto el re Maximiano de Romani fusse stato quello havesse habuto questa fama, come havia el Marchexe de Mantoa; ma chi fusse stato ad aspettar li soi aiuti, sarebbero stati tardi. Etiam fiorentini, licet dal Re havesseno habuto pessima compagnia, pur, per la natura loro, non dimostravano quelli mercadanti erano in questa terra, molta allegreza.