Coi tipi di G. Bernardoni.

I

ARGOMENTO.

Silenzio di Dio.—I suoi ministri imprecano.—Gli uomini ridono. Lucifero s'incarna.—Proposizione del poema, ed apostrofe ai critici.—Avvenimento dell'Eroe sul Caucaso, da dove eccita gli uomini alle finali battaglie del pensiero.—S'incontra in Prometeo, che cerca da prima dissuaderlo dall'impresa, ch'egli crede inutile e disperata; commosso indi dalle ardite parole di lui, lo prega a volergli narrare la sua storia.—L'Eroe si dispone al racconto.

Dio tacea da gran tempo. Ai consueti
Balli moveano in ciel gli astri, e con dura
Infallibile norma albe ed occasi
Il monotono Sol dava a la terra.
Reddían le nevi a biancheggiar le spalle
Del tremante dicembre; april venia
Col suo manto di fiori; arida e stanca
Movea la bionda està giù da' falciati
Campi a cercar le vive onde marine;
E, coronato il crin d'edra e di poma,
Scendea l'autunno a ruzzar vispo e snello
Fra l'accolte alpigiane, e pigiar l'uve
Nei colmi fianchi dei capaci tini.
Tutto seguía così l'alte, immutate
Leggi de la Natura, e nullo in terra
Creato obietto, o in ciel, l'arduo sentiva
Strano silenzio del mai visto Iddio.
Abbandonati e solitarî intanto
Giacean per le infrequenti aule divine
I marmorei Celesti; e per le fredde
Vòlte il sacerdotal canto e la prece
Qual vano si perdea grido, che inalza
Da la rupe solinga il cacciatore,
Se mira dileguar giù ne la valle
Tra 'l sonante canneto il salvo augello.
Da fiero gel, da sacro orror comprese
Fur l'alme vostre allor, pallidi e negri
Zelatori de l'are; e quando ai vani
Scrigni balzar vedeste arido e magro
L'obolo di san Pietro, e oziose e tristi
Tornar dal mondo, qual gregge digiuno,
Le scornate Indulgenze, orridamente
Su le madide tempie alto rizzârsi,
Come ad istrice, i crini, ed agitato
Tre volte e quattro tentennò il tricorno
Su la sacra tonsura. Un grido, un urlo
Cupo s'alzò dai congiurati petti:
—La fede muore! O Dio, fulmina e sperdi
Gl'increduli mortali!—
Alcun non arse
A la prece crudel fulmine in terra;
E i mortali rideano.
Udì quel riso
Lucifero, e balzò. Sedeangli intorno
Il silenzio e la morte; oscure e fredde
Strisciavan su la sua fronte immortale
Strane larve di sfingi e di chimere,
Ed ei, solo com'era, in mezzo a tanta
Morte la luce e l'armonia sentiva.
—Qui in eterno starò? Favola indegna
Senz'opra e senz'amore, io, che del cielo
Per istinto d'amor spregiai la vita?
No, si torni a la terra! Un nuovo io sento
Spirto d'amor, che mi discorre il petto:
Santo auspicio è l'amor. L'ultima prova
Tentiam; l'ora è propizia: assai già sono
Su la terra i miei fidi; uom fatto anch'io
Amerò, soffrirò; correrò il breve
Travaglioso cammin d'un uom mortale,
E, redento da l'opre e da l'amore,
Recherò a l'uom salute e morte a Dio.—
Così l'Eroe parlava, e i circostanti
Baratri tenebrosi si agitavano,
Come per improvviso urto di vento
Il sen cupo del mar. L'ali di gufo,
Il piè forcuto e la bovina fronte
Mutò d'un tratto il favoloso iddio;
E dai lombi gagliardi e da le spalle
Le fuliggini tèrse e la stillante
Cispa dagli occhi affumigati ed orbi,
Tutt'uomo apparve, e radïò dal volto
La superba beltà d'un dio mortale.
Tramutato così, dal piceo trono
Balzò d'un tratto; il guardo mosse in giro.
Ed esclamò:—L'infernal regno è sciolto;
Il mio regno è la terra!—
Ecco il subietto
Del canto mio. Classico o no, ne affido
L'occulto senso a voi, vergin consesso
D'oculati Aristarchi. A voi diè Giove
La diva Arte in governo e i mal concessi
Talami de le Muse; e se agl'incerti
Occhi vostri si niega il delicato
De le Grazie sorriso e la suave
De le sacre fanciulle ispiratrici
Candida voluttà, dolce vi sia
Star su la soglia a noverar gli ardenti
Amplessi e i baci insazïati, ond'hanno
Suon di celesti melodie le chiuse.
Odorate cortine, ed immortale
Vita in terra gli eletti: in simil guisa
Sta su la porta dei gelosi arèmi
La fida turba dei scemati servi,
Mentre il figlio d'Osmàn deliba il fiore
De le belle Circasse. Alto e solenne
Officio è il vostro, e non indarno io chiamo
Il vostro nume auspice a me: voi soli
Le riposte misure e voi sapete
Le leggi e il rito, onde s'ottien l'impero
De l'occulte bellezze, e qual più giova
Tener modo e governo in sul tentato
Mare de l'Arte, e quando ed in qual guisa
Toccar si dee la tuba o la chitarra,
E metter l'ali al dorso e dar di sproni
Al Pegaso spumante, o nel tenace
Fren moderarne a tempo i perigliosi
Impeti giovanili, ed a che segno
E con che industria è depredar concesso
Del Meonio le carte, o del Tebano.
Pèra colui, che al necessario giogo
Prova sottrar la temeraria nuca,
E va a ruzzar licenzïoso, come
Selvatico puledro, per li campi
De la sfrenata fantasia! L'immensa
Ira vostra ei subisca, e tutto a un punto
Perda il pazzo sudor, per cui tenea
Seder primo in Parnasso. Armati ed irti
D'alfabetiche cifre, unitamente
Sorgete, e contro a lui, contro a lui solo
Tutti dal sapïente arco scoccate
I rettorici strali; onde il meschino,
Travagliato da l'onta e dal rimorso,
Egro ed insano a riparar s'affretti
Fra le mura d'un chiostro. O, se più degno
Sia di spregio che d'ira, alta, pesante
Sul suo capo ostinato onda si aggrevi
Di silenzio e d'oblio. Gelide e mute
Gli sfileran dinanzi ad una ad una
Le sdegnose gazzette; indifferenti
Si chiuderan su la sua faccia smorta
D'Acadèmo le sale; e allor che, stanco
D'urlar strambotti contro al secol ladro,
Povero e solo abbraccerà la morte,
Non fia che le supreme ore gli allegri
L'aureo rabesco d'un qual sia diploma.
Saldo così su cardini d'acciaro
Il tron vostro si gira, e vita e nome
Dal cieco umano folleggiar traete.
Tal ne l'algide stalle, in fra le zampe
D'ardimentoso corridor, ritrova
Cibo e sollazzo il piceo scarabèo;
E, quando fra le storte ànche ghermisce
Il picciol globo del dorato fimo,
L'ali spiega da terra, e s'alza a sghembo
A emular de l'audace aquila il volo.
S'incarnò adunque il mio Demonio. In terra
Sorrideva l'aprile; entro al suo petto
Sorrideva l'amor. Sopra la cima
Del Caucaso famoso, onde s'appella
La giapetica stirpe, egli fu visto
Venir come in un sogno, e star d'incontro
A l'aurora nascente. Un invisibile
Spirto, qual di canora aura, fremea
Per le fibre del mondo, e più lucenti
Dava al ciel gli astri ed a la terra i fiori:
Gli dan nome d'amor l'anime accese
Dei parlanti mortali; ed ei su tutte
Anime impera, e solo e senza legge
Il mar penetra e i monti e la selvaggia
Cute degli olmi e il petto aspro del tigre,
Chè spirto è desso, e qual raggio di sole
Splende e s'agita in tutto, e l'alme e il tutto
Con secreta armonia mesce e ritempra.
Era per l'aria un fluttüar d'ardenti
Atomi mobilissimi di luce,
Una confusa, fluvïal fragranza
Di sconosciuti balsami, e suave
Musica di parole e di concenti
Misterïosi. Un'irrequieta e nuova
Delizïosa voluttà di sensi
Vaganti per immenso ètera, come
Rondini in cerca di lontani lidi,
Una dolcezza non provata mai
Di lagrime e di sogni, al primo arrivo,
Sentì l'Eroe nel petto; e lo stupito.
Sguardo volgendo per la vasta luce,
Muto restò, di giovinetto a modo,
Che raggiante di vita alfin ritrova
La sognata beltà dei suoi vent'anni.
Ma, poi che in lui l'alto stupor primiero
Al fier proposto e a la ragion diè loco,
L'incredul'occhio ai firmamenti spinse,
—E, dove sei, sclamò, tu che presumi
Regnar l'anime eterno? Alzati, e pugna!
L'uman genio ti sfidai—
Il pugno strinse
Superbamente, eresse il fronte, e stette
Il fulmine aspettando, o la risposta.
Tacito intanto dal soggetto mare
S'apre l'indifferente occhio del sole
Su le cose create, e si ridesta
Giù per le valli intorno e la pianura
Il lieto suon de le fatiche umane.
—Sorgi, la terra è tua, proruppe allora
L'inclito Pellegrin, sorgi, o gagliarda
Possa de l'uomo! Assai d'ombre e di sogni
Preda al mondo tu fosti; e dal terreno
Pugno di fango, onde t'han detto uscito,
Non ti redense ancor la tua cotanta
Vita de l'alma audace e la sventura
Tua perpetua compagna. E che ti valse
Al par di te, trar da la creta i Numi,
Se al cospetto dei freddi simulacri
Dechinasti il ginocchio, e la superba
Libertà del pensier serva fu fatta
Di codarde paure? Or sorgi ed osa:
Il tron del mondo è tuo; numi e fantasmi
Son fuor de la Natura, e non ha vita
Tutto che il vol de la ragion trascende.
A che tra larve ìnesorate e vane
Cercare un che t'aggioghi e ti spauri,
Se muta al cenno tuo trema e si prostra
La possente Natura? Ama e combatti!
L'opra de l'uomo è amor, vita è la guerra,
Tuo regno è il mondo, e il solo iddio tu sei!—
Tacque, e a l'ardito favellar commosse
Tremâr l'aure d'intorno, e agitò i fianchi
La titanica rupe. Era nel monte
Negra, profonda, solitaria, intatta
Da umane orme e dagli astri una spelonca
Di bronchi irta e di sassi. Orrido intorno
Le fan murmure i venti, e tra' selvaggi
Fianchi, qual di commosse ali e di strida,
Cupamente rintrona. Irati al verno
Vi piomban da l'opposta erta i torrenti
Scatenati dai ghiacci, e a balzi, a salti
Mugulando spumeggiano; ma quando

Giungono al vallo de l'orrenda uscita,
Perde l'onda il nativo impeto, e pigra,
Torba, pollente s'impaluda, e manda
Pestiferi mïasmi a chi la spira.
Quivi, al fin del suo dir, contenne i passi
L'umanato Demonio, e con feroce
Piglio di scherno a contemplar si stava
L'orrido sito e il ciel. Da le profonde
Viscere allor del cieco antro una voce
Querula, lunga, dolorosa emerse
Come suon di sospir. Porse l'orecchio,
E s'appressò l'Eroe, quanto il permise
L'angusto varco e la stagnante gora,
Ed ascoltò:
—Di che perigli in cerca,
Misero! vai? Che stolta opra e che vano
Talento è il tuo di proseguir l'impresa,
Ch'io già per tempo incominciai, spregiando
La tutta ira del ciel? Stolto! che tardi
Son fatto accorto, e di Prometeo il nome
Mal mi dieron le genti! E che non feci,
Che non diss'io per questa al pianto nata
Cara stirpe de l'uom? Cieca ed ignuda
Giacea nel lezzo de l'error, sì come
Belva cibando la caonia ghianda,
E altra legge nel mondo, altro governo
Non sapea che l'istinto: ad altri ignota
E a sè stessa giacea, scherno e vergogna
De le cose create, e le create
Cose, ignara di tutto, iva mescendo
Con fallace giudicio. Ahi! qual dei numi
Qual mai n'ebbe pietà, se non ch'io solo
Io sol più che a me stesso? E non cotanto
Mi punse il cor la fulminata fronte
Dei fratelli Titani, e non di sdegno
Arsi così per l'usurpate sedi
Del fuggiasco Saturno e pe' negletti
Consigli miei, quanto d'affetto e d'ira
Destommi in cor la tribolata sorte
Degli umani infelici. Ardito e solo
Contro a' Numi io mi stetti, e alzai la voce
Contr'esso Giove, allor che ad uno ad uno
Sprecava i doni al vegetale e al bruto,
E a l'uom, misero tanto, altro conforto
Non largía che il morir. Tutto ebbe allora
L'uomo infelice il mio favor: sol io
Gli svegliai l'intelletto; io di sapienti
Arti e d'opre gentili e di gagliardi
Ardimenti lo instrussi; io sotto al trono
Gli aggiogai la Natura, e dio lo resi
Non minor d'alcun altro. Ahi! qual mi venne
Premio da ciò? Non che n'aver mercede,
L'invida rabbia arsi di Giove, e degno
Tenuto fui d'ogni più cruda ammenda
Quasi reo di delitto. Or quinci ai nembi,
Come vedi, io mi fiacco, e a le voraci
Cagne del ciel fatto son cibo, e scherno
E favola del mondo. E nè querela
Movo di ciò; chè il querelar non giova
A chi esente è di morte; e inesorata
L'ira è dei Numi, e inesorato al pari
L'orgoglio mio. Ma qual benigno frutto
Colser giammai di mie fatiche tante,
Del mio tanto soffrir le sconsolate
Proli del mondo? Ahimè, che sórte appena
Da la tenebra antica, a l'infinita
Luce del Ver schiusero gli occhi, e poco
Poco a lor parve ogni più grande acquisto;
Tal che, tolte dal sonno, ai sogni in preda
Diedersi tutte, e del saver la sete
Arse in loro così l'alma e la vita,
Che a precoce vecchiezza e ad immatura
Morte fûr sacre e a maledir condutte
L'alto mio dono e il sagrificio mio!—
—Figlio di Temi, a lui rispose irato
L'inclito Pellegrino, e che perigli
Fantasticando vai? Nè vil fanciullo,
Credi, io mi son, che si rivolta in fuga
A la prima minaccia, o nauta imbelle,
Che trema al più leggier spirto di vento,
E si chiude nel porto. In questa eterna
Rupe confitto, in verità, tu ignori
Gli alti fati de l'uomo; e qual tu sei
Carco di mal, di falsi mali agli altri
Indovino ti fai! Lascia, deh! lascia
Questi vani compianti, e oltre misura
Non ti strugger di noi, se pur non t'hanno
Tolto il senno davver le tue sciagure.
Però sappi, e t'acqueta: opra gagliarda
Tu cominciasti, ed io, se il ver discerno,
La compirò. Non già il saver, t'accerta,
Reso l'uomo ha quaggiù misero tanto,
Ma la nemica a ogni saver, la cieca
Credulità. Di false ombre e d'inganni
Essa vive nel mondo, e si fa gioco
De l'umana ragion; ma quest'azzurro
Cielo e quest'aure e questi monti io giuro,
Ch'ella è presso a morire, e arbitra in terra
La ragion sederà; largo e securo
Spiegherà il vol su' mal temuti errori
Il redento intelletto; e allor che tutto
Ciò che vuol, ciò che può senta e conosca,
Questo ignaro di sè dio de la terra
Pago fia di sè stesso, ed oltre il vero
A cercar non andrà larve e paure!—
Disse, e partía; ma lo rattenne un detto
Del pazïente Prometèo:
—S'hai grande
E pari, ei disse, agli alti accenti il core,
Deh! non partir così, quando m'hai dèsto
Tale un desío, che a lo sperar somiglia.
Molto io soffersi e soffro, e assai maggiore
Del mio soffrir fu la speranza, il tempo,
Che co' fulmini suoi Giove sedea
Sovra il trono d'Olimpo, e sul mio capo
Rovesciava ogni mal. Crescea cogli anni
E col disprezzo mio la sua paura
E la sua crudeltà, però che immite
Più chi regna divien quanto più trema,
E dei fiacchi è virtù l'esser crudele.
Solo di tutti io l'avvenir vedea
Securamente, e de la sua caduta
Presapeva il destin. Godi dei tuoi
Vani, äerei rimbombi, io gli dicea,
O spensierato usurpator del cielo;
Tal da l'Inachia stirpe uno stupendo
Mostro verrà, che spezzerà il tuo scettro
Come fil non ritorto, e me da questi
Ceppi redimerà; nè ti varranno,
Credi, i fulmini allor, chè assai più salda
Sarà del fulmin tuo la sua possanza.
Forse Giove non cadde? Ahi! ma il secondo
Dei vaticinii miei sperdeano i venti!
Qui fra' ceppi io rimasi: ad un tiranno
Tiranno altro successe, e meco avvinto
Restò in preda agli affanni ogni uom mortale.
Or che parli tu mai? Cadde a buon dritto
E dopo assai di mali esperimento
L'alta speranza mia; nè agevol cosa
È il ridestarla, ed utile per certo
Non mi saría, quando più tetro e fiero
Sembra il dolor cui la speranza illuse.
Pur, se grave non t'è l'esser pietoso
A chi tanto per l'uom male sostenne,
Al mio partito interrogar rispondi:
Uom mortale sei tu? Qual t'assecura
O responso, o destino, onde presumi
Condurre a fin tant'onorata impresa?
Non t'illude il voler, che dei più saggi
Tal tiranno si fa, che par destino?
Fidi in altri, o in te stesso? E se in te fidi,
Tal possa hai tu, che al grande ardir s'adegue?
E se fondi in altrui le tue speranze,
Tanta han virtude ed armonia le genti,
Che, fatto un brando sol d'un sol consiglio,
Al trïonfo del ver movan secure?
Qual che tu sii, svelati a me: qui sconto
L'immortal vita inutilmente, e assai
Tempo a soffrire e ad ascoltar m'avanza.—
—Ben m'è lieve appagar, l'Eroe rispose,
La discreta domanda. Uom saggio, in vero,
Io non terrò chi lusingato e spinto
Da una rosea speranza ad ardua impresa,
Pria non libra sè stesso, e con sottile,
Freddo giudicio non prevede, e scerne
I possibili eventi; anzi dà mano
Subita a l'opra, e ciecamente ai casi
Gitta sè stesso e de l'impresa il fine.
Or, perchè a tal tu non mi assembri, io tutte
Ti dirò le mie cose e l'esser mio,
Quando a colui che tanti uomini e tempi
Vide, e al fato durò con alma invitta,
Grato è ridir ciò che di gloria è degno.—
Disse, e in cima a la rupe erma e selvaggia
Pensieroso si assise. Alto a l'intorno
Spazïava il silenzio, e in larghi giri
Un'aquila le azzurre aure fendea.

CANTO SECONDO.

ARGOMENTO.

Incomincia la narrazione.—La Natura e il Pensiero.—Stato primitivo degli uomini; primi e difficili avanzamenti, a cui si oppongono i Numi, creati dall'anima inferma degli uomini.—La gran Lite.—La guerra dei Titani: il pensiero e non la forza trionfa dei Numi.—Lucifero non si contenta del cielo; Dio lo fulmina; l'inferno lo accoglie.—Un istinto di amore lo chiama sulla terra.—L'albero della scienza.—La tentazione.—Percosso nuovamente da Dio, ripiomba nell'inferno.—Non mai contento de l'esser suo ritorna sulla terra.—Cristo predica l'amore.—Gli uomini desiderosi del cielo dimenticano la terra.—Lucifero ve li richiama, ed è malamente calunniato.

Non da l'Inachia stirpe, o d'alcun mai
Ceppo mortal, così l'Eroe riprese,
Ma da natura, immortal germe, io nacqui
Una a le cose, e da la luce ho il nome.
Dir giusti sensi, o tacer dee chi dritto
Co'l pensier mira; e, chiaramente espresso,
Torna più grato, e pregio doppio ha il vero.
Però di studïose ombre e d'enimmi
Non cingerò il mio dir, chè nè maestro
Di misteri son io, nè a disdegnosa
Anima, che a sdegnosa alma favelli,
Dubbio o coverto il ragionar si addice.
Nuovi non già, ma da la turba illusa
Negletti veri io parlerò. Due sono
Le virtù, che le cose hanno in governo:
La Natura e il Pensier; l'una, ch'eterna
Genitrice visibile è di tutto,
La pesante materia ordina e muta
Per suo proprio valor; l'altro la informa
Di spirital possanza, e la solleva
Ad ardui voli e a magisteri egregi.
Ferrea, immota in sue leggi, una procede
Lenta così, che par che giaccia: inalza
Su le rovine, onde si allieta, il trono,
E da l'arida morte una perenne
Fonte di vita e di beltà deriva;
Ma l'occulto Pensier, ch'agita e accende
Tutte cose universe, in varia guisa,
Con poter vario e con legge diversa
Ogni via tenta, ogni regione esplora
Mobilissimo sempre, e tutto aborre
De la tarda materia il peso e il freno;
E quando avvien, che di misteri e d'ombre
L'altra s'avvolge, e, per geloso istinto,
La ragion de le cose occulta e serba,
Ei libero discorre, e si ribella
Ad imposte paure; apre e dischiava
Terre, cieli ed abissi; argini atterra,
Crea, muta, strugge, e a le domate forme
Nuovi dà impulsi, e nuove leggi imprime.
Tal, benchè l'un viva ne l'altra, e vita
Abbian comune e necessaria, avversi
Son per intimo ingegno; onde tu vedi,
Che or l'un l'altra soverchia, or questo a quella
Soccomber mostra; eppur son ambo invitti,
Sono eterni ambidue, però che morte
Da tal guerra non sgorga, anzi han le cose
Da cotanto agitare ordine e vita.
Sparsi per gli antri, e fieramente soli
Vivean gli uomini primi, e nulla amica
Possa lor sorridea, tranne il Pensiero.
Ispide pelli eran lor vesti, e rudi
Selci lor armi e sol conquisto il foco.
Da l'alte culle del fecondo Irano,
Procedendo, spandeansi a mala pena
Sui giapetici piani, e gl'inclementi
Ghiacci vincendo, che inghiottían le belve,
A nuove lotte s'accingean. Muggía
Dai britannici fiumi alto l'immane
Caval de l'acque, a cui, pari a vorago,
S'apre orrenda la bocca, e al cui sospiro
L'onda gorgoglia e al ciel salta in ruscelli;
Devastando correan l'irte spelèe,
D'umane carni esploratrici, e fuori
Dai frondosi dirupi a l'onde in riva
Calavasi il deforme orso e il velloso
Primigenio mammuto: oscura e pigra
Mole di membra, a cui nemico è il sole;
E tu, sovrano troglodita, astretto
Dal fecondo bisogno, a miglior prova
Sempre volgendo il multiforme ingegno,
Armi e industrie trovasti; onde più lieve
Ti fu il domar co'l lavorato renne
Le nemiche falangi. Apron le nubi
L'inesauste sorgenti, e senza freno
Fiumi ed oceani giù dal ciel dirompono;
Entro al diluvïal baratro immenso
Spariscono le specie, in quel che, armato
Di novella virtù, l'uom passa i mari
Su la prima piròga, e, di recisi
Boschi infrangendo il pian glauco dei laghi,
Fermo vi elegge e men selvaggio asilo.
Ivi, fanciulla ancor, l'Arte s'assise
Pargoleggiando; e, a far men lungo il giorno
D'un che l'alma struggea dentro a l'amore,
Tal gli spirò nel cor dolce un sorriso,
Ch'ei fatto a un punto più gentil, leggiadre
Forme e il pensier nel duro selce espresse.
Però, quand'ei con lungo studio al rito
Del caro amor la sua fanciulla indusse,
Docil vide obbedire ai suoi talenti
Il tenace basalto; a l'agil fianco
Brunite armi precinse, e il flessüoso
Collo di lei, che gli gemea su'l petto,
Incoronò d'inteste ambre e di baci.
Or deggio dir, che, di regnar mal paga
Sovra i campi natii, la curïosa
Mente de l'uom s'insinüò nei cupi
Visceri de la terra, e ai fiammeggianti
Gnomi, che custodían l'ampie miniere,
Rapì il bronzo, indi il ferro, a cui funeste
Armi non sol, ma civiltà l'uom debbe?
Io benedico a voi, fiumi e torrenti,
Che giù dai fianchi dei materni Uràli
L'auree sabbie lucenti al pian recaste;
Ma più a la paziente opra, che il lieve
Stagno confuse e il risonante rame,
Non che a l'assiduo ardir, per cui, dal duro
Abbracciamento mineral divelti,
S'arresero i metalli a l'uom tenace.
O pensiero immortal de l'uom che muore,
Te da prima io conobbi, e quinci unito
S'intrecciò a' fati umani il mio destino.
Bruco, che il corpo infermo, a mala pena,
Per intima virtù svolge dal primo
Involucro, e, a la dolce aere credendo,
Crisalide novella, il picciol volo,
Co' fior de' campi il suo color confonde,
Tal de l'uomo è il pensier: s'apre a fatica
Fra tutti ingombri e lunghi affanni il varco,
E cammina, cammina, e a nullo iddio
Dee la vita, il principio, il mezzo e il fine.
Ultimo forse e più perfetto anello
De la catena universale, ei tutto
Chiude in sè stesso il suo destin, chè umana
Mutabil cosa e de la terra è il vero.
Ahi! che un morbo fatal l'alma gl'invase
Fin da' giorni suoi primi, ed ombre e morte
Gli gittò sovra il capo, in cor, d'intorno!
Tremò a l'aspetto de l'eterno, immenso,
Fluttuar de' creati esseri il mesto
Figlio de l'uom, che riprodotta e viva
Non pur vedea nei circostanti oggetti
Tanta lite incompresa e tanto affanno,
Ma dentro al cor, dentro a le vene, in tutta
L'esistenza sua poca iva ammirando
Un perpetuo agitar d'odio e d'amore.
Di fantastici mostri e di chimere
Popolò quinci il mar, l'aria, la terra,
Ogni spazio, ogni vuoto; e dove un'ombra
Vide e un mistero, o una maggior possanza,
Là piegò la cervice e pose un Dio.
Dio nacque allor, Dio, creatura a un tempo
E tiranno de l'uom, da cui soltanto
Ebbe nomi ed aspetti e regno e altari.
Chè or sopra ai soverchianti astri ei fu visto
Spazïar l'insegnato etere, or chiuso
Tra' fulmini precipitar su l'ale
Dei rotanti uragani, or sovra al dorso
Dei cavalli del mar correre i flutti
E sfrenar l'onde a battagliar coi venti;
O ver come immortal fremito immenso
Penetrar l'aria, serpeggiar nel grembo
Degli avari terreni, e al vigilato
Solco apparir fra le compiute ariste.
Però quel che Dio fu, quale ancor vive,
E quanto ebbe e mantiene a l'uom soltanto
Il deve, a l'uom, che d'ogni suo destino,
O prospero, o maligno, arbitro è solo.
Chi a tiranno cotal, che, dal pensiero
Nato de l'uom, l'uomo asservir presunse
E le cose universe, il fronte oppose
Con indomito orgoglio, e una selvaggia
Voce di libertà gittògli incontro,
Sì che il ciel ne tremò? Chi la temuta
Prepossanza di Dio tenne equilibre
Con perenne agitar? Fu la feconda
Lite, che il mar de l'essere commove
Con assiduo flagello, e dai cozzanti
Corpi la luce e l'armonia deriva.
Essa al pigro e ferrato Ordine, occulto
Padre di servitù, per fiero istinto,
Rubellossi da prima; essa al feroce
Andropòfago Iddio scosse la reggia
Vigilata dai fulmini; e dal fiero
Cozzo con lui tanta favilla emerse,
Che, mutata dagli anni in fiamma viva,
Tutto divorerà dei numi il regno.
O d'ogni libertà fonte primeva,
Madre d'inclite pugne, io ti saluto!
Tu co'l moto la vita, e co'l solenne
Fra le cose de l'alma egregio attrito
Luce dèsti e saper negli intelletti
E co'l saper la libertà, sublime
Pianta, che sol dov'è coltura alligna.
Te da la terra solitaria i saggi
Primamente avvisâr; te, spiratrice
Di terrigeni mostri a Dio rubelli,
Raffiguraro e coltivâr le genti,
E or fosti Isi nomata, or Bahavàni,
Or Arìmane or Loke, or acqua, or foco,
Or discordia infinita, e, se paura
Ebber dei moti tuoi l'anime imbelli,
O fur da sacerdoti empî travolte,
Nome avesti d'errore e di menzogna
Tu, che ad onor del vero e de la luce
I misteri del cielo agiti e sperdi.
Ma qual tu fosti e sei, più che i mortali
Lo sanno in prova, e da più tempo, i Numi.
Sedea Giove orgoglioso in su' tranquilli
Troni d'Olimpo, il nèttare libando
D'ogni più lieta voluttà, nè alcuna,
Fra le dapi fumanti e le vezzose
Fanciulle che tesseangli inni e carole,
Cura de l'uom gli penetrava il petto.
Sorsero allor dal cupo èrebo, tratti
Dal comando di lei, che Lite ha nome,
Quanti mai da la terra erano usciti
Terribili Titani, a cui la forza
Granava il corpo, e il cor crescea l'ardire;
E avventando ciascun li suoi cinquanta
Capi feroci e le altrettante braccia
Contro ai regni di Giove, orribilmente
Tracollaron dai fondi imi l'Olimpo.
Arse d'ira il tiranno, e forza a forza
Oppose, e vinse. Da le attinte altezze
Precipitâr gl'intrepidi gagliardi
Un dopo l'altro fulminati, e monti
Ed isole parean, che in un selvaggio
Moto la terra, o il mar vorace inghiotte.
Ma a che fremi e sospiri al fier ricordo
Di cotanta caduta, o sopra a tutti
Sventurato Titano? Eran pur folli
D'Ùrano i figli, ove tenean, che segga
Maggior virtù, dove più grande e saldo
Torreggi il corpo, e il vigor cieco e bruto
A pugnar contro a tutti e a vincer basti.
Tal nel mondo è virtù, cui nè possanza
Di giganti trïonfa, o adamantina
Spada conquide, e solo a la modesta
Continua punta del pensier soggiace.
Rupe, cui dal gagliardo imo non svelse
Furor d'atre procelle, a poco a poco,
Morsa dal flutto che le geme intorno,
Scemar vedi e crollar: son rupe i Numi,
E il flutto assiduo del pensier li rode.
Così Giove fu vinto, e in simil guisa
Vinto sarà chi gli successe. Or odi
Quel ch'io feci e farò. Da una malnata
Bordaglia rea, che da natura in dono
Ebbe al corpo la lebbra e al cor la fede,
Ièova ne venne, un implacato iddio,
A cui fulmine è il guardo e tuon la voce.
Solitario e funesto egli incombea
Dal recesso del ciel plumbeo su'l petto
Dei tremanti mortali, e gran sepolcro
Di mal vivi era il mondo, a cui su'l capo,
Pria de l'ora, il fatal sasso si aggrevi.
Io nel cielo era ancor, bello di tutti
Radïamenti. Era sorriso e luce,
Fragranze ed armonie del ciel la vita,
E, cullati in un mar d'ozii e di fiori,
Si tenean tutti e si dicean beati.
Sol'io, spirito inquieto, indifferente
A quell'aprile, a quel banchetto eterno,
Sentía dentro a l'altera anima un vôto
Misterïoso, un mar senza confine,
Come una solitudine infinita
D'intorno a me, dentro di me: se avessi
Conosciuto l'amor, forse in cor mio
Ravvisato l'avrei sin da quel giorno.
Poco mi parve il ciel, misera vita
L'eternità. Di strane opre, di voli,
Di turbini, d'ebbrezze, di battaglie
Tal m'invase un desío, che sfere ed astri
Corsi, cercai, sempre irrequieto, in traccia
D'un fantasma incompreso, o fosse un'ombra
Del mio stesso pensiere, o una diversa
Immagine con me nata, e divisa
Fatalmente da me. Dove mai, dove,
Sospiroso io dicea, trovar ti posso,
O disïata e necessaria parte
De l'esser mio? Per entro a l'immortale
Anima mia tutto il mortal sentiva.
Infelice mi tenni. A Dio nel fronte
Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:
Chi m'ha fatto così? D'ira e di lampi
Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,
Io replicai, l'eterno vero; io voglio
Tutto saper; se il Ver tu sei, ti svela!
Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,
Nè pugnai già: sentía ch'era più grande
De lo sdegno di Dio la mia caduta.
Quale allor degli antichi astri mi accolse?
Nessun fuor che la terra, e de la terra
Gli oscuri antri più cupi: ivi prescritta
Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.
Bollía sotto ai miei passi un fragoroso
Mar di liquide fiamme; in gran tenzone
Mugghiando si rompeano onde contr'onde;
Ma più cocenti assai dentro al mio petto
Combattendo bollían dubbî e speranze;
Salde e ferree correan sovra il mio capo
Di granito le vòlte, e assai più saldo
Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,
Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
Una voce incompresa: ama e cammina!
Ruppi il carcere mio; l'aria, la luce
De la terra cercai; chi avria potuto
Porre un freno al mio spirto? Ièova m'avea
Fulminato, non vinto. È là, un occulto
Pensier diceami, è là sovra la terra
Il tuo destin, là di tue prove il campo,
Là fra tanto agitar d'odî è l'amore,
Là fra tanto morir la vita alberga!
Mi trasformai la prima volta: ignoto
Corsi la terra, e al caro sole in vista
L'uom, la natura e l'esser mio compresi.
L'uom compresi, e l'amai. Ma allor che prono
A piè dei suoi creati idoli il vidi
Vaneggiar paventoso, e legar tutta
L'anima ardita a un inconcusso altare
M'arse il cor d'ira e di pietà. Sembiante
A vasta e fruttüosa arbore, in mezzo
De la terra sorgea l'egregia pianta
D'ogni umana Scïenza; e Dio, nemico
Del veggente saper, che i tenebrosi
Spirti rischiara, le ruggía d'intorno
Con feroce divieto; onde alcun mai
Coglier non osi ed assaggiarne il frutto.
Fu allor che con sottile arte la mente
Degli uomini tentai: simile a Dio
Sarà, dicea, chi ciberà quel frutto;
E quel frutto fu colto. Un'orgogliosa
Brama, un'ardente, inestinguibil sete
Di saver, d'indagar l'ombre, che folte
Gli addensava d'intorno il Dio nemico,
Morse gli uomini tutti; e qual più viva
Sentì in cor la mia voce e il poter mio,
E per vie non segnate oltre si spinse
Al confin de la pavida ignoranza,
E interrogò con l'intelletto audace
Le piante e gli animai, la terra e gli astri,
Quei di mago ebbe nome e di ribelle.
Piombò quinci su'l capo ai maledetti
Figli di Cam la collera di Dio,
E assai d'essi perîr, non la pugnace
Virtù, che a l'uom pria la Natura infuse,
Ed io, sin da quel dì, sveglio e raccendo.
D'orgogliose speranze io mi pascea
Secretamente, ed oltre un mar d'affanni
Prevedea su la terra il mio trïonfo;
Ma fulminato dal geloso Iddio
Nuovamente io piombai nei tenebrosi
Baratri de la terra, ove il superbo
Sdegno del petto e il mio dolor nascosi.
Ivi scendea talor qualche gagliardo
Intelletto di sofo o di poeta,
A cui fu colpa il propagar le nuove
Apocalissi del pensier mortale.
Rïardea la speranza entro al mio petto
Co'l suo venir, però che per ciascuna
Stella, che al fronte di Sofia s'accende,
De la Fede su'l crin spegnesi un sole.
Così durai gran tempo, e non già pago
De l'esser mio: sempre a me innanzi, ovunque
Un fantasma d'amor, sempre in cor mio
Una voce incompresa: ama e cammina!
Ritornai su la terra. Un mansüeto,
Che de l'iroso Iddio credeasi il figlio,
Predicava l'amor. Debole e solo
Egli parea, ma tutta era con esso
L'umanità. Stetti pensoso e muto
Ad ascoltarlo, e mi obliai. Senz'armi
Egli pugnò; vinse morendo: cadde
Giove dal ciel, Roma dal mondo, e il mondo
E il ciel fu suo. Sperai, dubbiai; ma il giorno
Che tutte dopo a lui volgersi al cielo,
Per cercarlo, vid'io l'anime umane,
E su la terra derelitta e mesta,
Come in carcere vil, gemer la vita;
No, vittoria non è, gridai da l'imo
Petto, e furente mi scagliai per quanta
Terra il ciel vede, e il mar sonante abbraccia;
No, vittoria non è questa, che il tempo,
L'opra, il pensier, l'uomo e la vita uccide;
Amor questo non è, ch'entro a una fatua
Luce di ciel nuota ozïando, e il tergo
Cheto soppone a qual che sia flagello!
Braccio e pensier, moto e conflitto è amore;
Campo d'opre comuni e di travagli,
Non èremo la terra; uom, che nel pianto
Vive, e da Dio gioie o tormenti aspetta,
Schiavo non pur, ma inutil cosa il chiamo!
Tremâr le infeminite anime al grido
Del mio potere; e Dio, fatto più forte
De l'umano terror, me per la mano
Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
E percosso e ferito indi nei cupi
Baratri m'inchiodò; stolto! e si tenne
Securamente vincitor. Dai ceppi,
Dagli abissi io balzai, giovine eterno,
E mutando me stesso in mille guise
Ebbi regno nel mondo. Una venale
Turba di sacerdoti a cui nel nome
Abusato del Cristo, agevol cosa
Era il far degli altari empio mercato,
Me d'ogni colpa allor, me d'ogni affanno
Degli uomini imputò; strani sembianti
Mi foggiâr le nemiche anime, e avverso
D'ogni umana salute e d'ogni amore
Il mio nome suonò; ma in faccia a questo
Dolor tuo sacro e in faccia al mondo io giuro:
Mi fu iniqua la fama! Orrido, immoto
Su l'umane coscienze s'assidea
L'infallibile Domma: un paventoso
Mostro senz'occhi e tutto plumbeo il corpo,
Che il mortale Pensier di ferri avvinto
Squarcia con le feroci unghie, e sen ciba.
Suo regno è l'ombra, sua virtù gl'inganni;
L'ignoranza dei popoli il suo scudo,
Ed armi sue l'anátema e la scure.
Contro ad esso io pugnai: sinistra e maga
Cosa per lui la sitibonda brama
D'ogni saper; frutto vietato il vero,
Colpa il voler, la libertà delitto,
E allora, oh! allor, superbamente il dico,
Menzogna, error, colpa e delitto io fui!—