CAPITOLO TERZO PESCECANEA
1. Cinque spettatori in tre poltrone.
Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno avanti lo scoppio della guerra europea, avevo conosciuto a Firenze una fanciulla.
Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione da Rimbaud sulla quale voleva il mio giudizio. Credo che episodi simili non se ne producano più nell'èra presente. Aveva cominciato a leggere: In quella stagione la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva un sinistro lavatoio.... Mentre leggeva, io la guardavo. Quand'ebbe finito io non avevo capito ancora se la signorina fosse bella o brutta: propendevo a crederla bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi la fanciulla se n'andò lasciandomi il manoscritto.
Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria alcuna nelle storie e nelle leggende dei tempi che seguirono. La fanciulla l'ho ritrovata dopo sei anni a Milano.
Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso e stavo là seduto tra file di gente similmente seduta che beveva, fumava e leggeva i giornali. A un lato del sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e sul palcoscenico una compagnia di prosa stava tossendo e recitando una commedia novissima. Nella poltrona accanto alla mia c'era una fanciulla: quella fanciulla di Valdarno: la signorina Giovanna.
Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. Dall'altra parte di lei sedeva una sua compagna similmente silenziosa, e tanto insignificante da potersi anch'ella considerare come invisibile. In un punto imprecisato, ma definito entro la breve cerchia delle nostre quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il Destino, che imprevedutamente aveva ravvicinato, per i suoi fini reconditi, quelle sparse entità.
La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi riconobbe. E mentre la compagna leggeva con diligenza il programma dello spettacolo, e il Dàimone placidamente dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io ebbi il pessimo gusto di ricordare a lei quella traduzione preistorica di Una stagione all'inferno. Ella ebbe il buon gusto di mettersi a ridere.
— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora sono a Milano a studiare il canto.
So che quando una signora afferma «studio il canto», come quando un maschio dichiara «sono negli affari», non è opportuno domandare particolari più precisi, se il maschio o la signora non li offrono spontaneamente. Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna riprese il discorso al punto esatto ove l'avevamo interrotto, annullando in questo modo in un attimo tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla scena al nostro cospetto.