Ora innanzi che noi torniamo a Don Michele è necessario che il lettore abbia notizia dei luoghi ove accaddero i fatti che siamo per narrare.
Sulla testa del ponte pel quale si giunge all'isoletta di Santa Orsola, era eretta una torre quadrata, massiccia, simile a un dipresso a quella che trova sul ponte Lamentano chi da Roma voglia andare in Sabina. Il passo era chiuso da una grossa porta, da una saracinesca che si lasciava cadere al bisogno, e da un ponte levatojo. Si saliva per una scala a chiocciola ai due piani superiori ov'erano alloggiati il comandante ed i soldati, e in cima v'era un terrazzo circondato da merli, fra i quali si vedevano uscire le bocche di due falconetti.
La badessa del monastero, rivestita dei diritti baronali, vi teneva alla guardia una compagnia di ottanta fanti fra picche ed archibusi, guidata da un tal Martino Schvarzenbach tedesco, soldato di ventura, il quale trovava più comodo lo starsi a grattar la pancia in quella torre ben pagato e meglio pasciuto, che l'andar tribolando la vita sua in campagna ed in guerra, ove avea conosciuto che il diletto di malmenare e svaligiare i popoli, era spesso turbato dalla palla d'un archibugio o dalla punta di una partigiana. Le sue tre passioni dominanti erano lo star lontano dalle busse, il rubare, ed il bere tanto vin di Puglia quanto ne poteva capire il suo stomaco, che su questo particolare aveva poco da invidiare a una botte.
Queste sue inclinazioni gli si leggevano in viso; le due prime, in un par d'occhi pieni ugualmente d'avidità e di codardia; l'ultima, in un vermiglio vivissimo, che lasciando pallido il resto del volto si concentrava tutto sulle gote e sul naso. Barba rada e del color di quella d'un becco, labbra pavonazze, ed un corpo che sarebbe stato atto a reggere alle fatiche della milizia se gli stravizzi non l'avessero a quarant'anni ridotto floscio e spossato come avrebbe potuto esserlo a settanta.
L'ufficio di costui si riduceva a chiuder la porta la sera. Gli eserciti che guerreggiavano ne' contorni, non aveano mire ostili contra il monastero, onde non era da guardarsi da loro. Le bande de' venturieri che scorrevano il paese non avrebbero osato assalire ottanta uomini chiusi in una buona torre con due falconetti. Ma v'era poi un altro motivo che lasciava dormir sonni tranquilli a Martino Schvarzenbach, quantunque circondato da costoro. Egli s'era condotto colla badessa per guardare il monastero, ma non si credeva per ciò egualmente obbligato ad esser il custode ed il difensore de' ducati, dei fiorini, e dell'avere degli abitanti di quel contado o di chi passava per esso. Come però alla scoperta non poteva andare a pescare nelle borse altrui, aveva (per servirci d'una voce moderna) preso un carato nella mercanzia esercitata da Pietraccio, e gli faceva spalla aiutandolo co' suoi quando l'impresa lo domandava; nascondeva danari, robe e persone eziandio ove fossero tali da poterne sperare una grossa taglia.
Queste operazioni si facevano con tali cautele che le persone offese a tutti avrebbero data la colpa fuorchè a Martino, che era soltanto riputato il primo bevitore del paese.
In mano di costui era incappato Don Michele, il quale aveva passata la notte fantasticando senza mai poter indovinare ove fosse. Alla prim'alba sentì tre colpi d'artiglieria, quali si usavano sparare ogni mattina dalla rocca di Barletta; s'ajutò alla meglio, e giunse ad arrampicarsi alla feritoja dalla quale entrava il lume, ma lo spiraglio era coperto in modo dall'edera che non si vedeva per quello altro che un picciol tratto di mare. Soprastato così un poco, venne a passare un battello pieno d'ortaglie, e conobbe quello che lo conduceva per l'ortolano di Santa Orsola: allora fu quasi certo di trovarsi nel fondo della torre che ne difendeva l'entrata.
Appena sceso dal luogo della sua scoperta, s'aprì la prigione e ne fu tratto da due robusti mascalzoni che lo fecero salire nella camera del capitano.
S'era questi alzato di poco, e stava di tutto scinto a sedere sulla sponda del suo lettuccio avanti ad una tavola coperta ancora in disordine degli avanzi d'una gozzoviglia. Un rastrello che girava tutt'intorno al muro era guarnito di picche, d'archibugi a forcina, di petti di ferro e d'altre armature. Guardò Don Michele, che entrava, con un occhio che pareva stentasse a sollevare la palpebra rugosa e cadente che lo copriva, e facendo col tacco d'uno degli stivaletti la battuta sul pavimento gli disse:
—Devi sapere, Messer tu, che non so come ti chiami, che chi passa la notte alla mia osteria paga cento fiorini d'oro da dieci lire della zecca di Firenze, o se gli par meglio, di quella di San Marco. Altrimenti una corda ed un sasso al collo ed un bagno in mare lo salvano dal pagar lo scotto. Che cos'ami meglio?