Il lettore forse dirà: Ma insomma non la finiamo mai con queste malinconie di assassini, traditori, prigioni, morti, diavoli e peggio?
Se noi abbiamo indovinato la sua mente, egli con buona licenza non ha indovinato la nostra che era appunto in questo momento di finirla, mandar al diavolo Don Michele e Pietraccio e Martino (che a dirla in confidenza cominciavano a divenir fastidiosi anche a noi), e pregarlo a saltar nel bel mezzo della rocca di Barletta che troveremo assai mutata da quando ci siam venuti l'altra volta con Don Michele.
Il cortile, le logge erano tese di parati in seta di tutti i colori con ghirlande di mortella e d'alloro, che formavano festoni e cifre; e tutte le bandiere dell'esercito pendevano ondeggianti dai balconi e dalle finestre. La turba composta di spettatori oziosi e d'uomini che s'affaccendavano a metter in ordine l'apparato, brulicava, ora stringendosi, ora allargandosi per le scale, pel cortile, per le logge. Soldati, operai, servitori, ragazzi andavano e venivano carichi d'attrezzi, di scale, di suppellettili d'ogni sorta, per fornir la mensa od adornar il teatro. Entravano grasce, frutta, vini, cacciagioni, di che i primi della città e dell'esercito a gara presentavano il Capitano di Spagna. Era un andare e venire, un gridare, un chiamarsi; in conclusione, un disordine inestimabile.
Quando la campana della torre suonò quattordici ore comparì in cima alla scala esterna il gran Capitano con tutti i suoi baroni; e l'allegrezza che sentiva di riveder la figlia (una staffetta giunta poco prima per annunziare il suo arrivo l'avea lasciata a tre miglia da Barletta) avea voluto mostrarla nella gala del suo vestire e di quello del suo corteggio.
Sopra una vestetta di drappo d'oro riccio portava una cappa di velluto pavonazzo acceso, foderata di zibellino, ed in capo una berretta compagna. Da un bellissimo zaffiro che serviva di fermaglio spuntava un pennacchio lungo poco più d'un palmo, ma interamente composto di perle fine infilzate in fili d'acciajo, e ondeggiava leggiero sulla fronte come fosse di piuma veramente. La spada ed il pugnale colle guaine parimenti di velluto pavonazzo scintillavano di gemme, e sul petto a sinistra avea una spada ricamata in rosso, che era l'insegna dell'ordine di San Yago.
Trovò a piè della scala una mula bianca catalana coperta sino a terra d'una gualdrappa di seta pavonazza cangiante, trapunta d'oro; messosi in sella, il suo seguito montò a cavallo, e tutti insieme si mossero per andare incontro a Donna Elvira.
Prospero e Fabrizio Colonna, vestiti di sciamito rosato, e pieni di ricami d'argento, cavalcavano, a' suoi lati, due cavalli turchi, i più belli che si fossero visti da gran tempo in Italia. I due cugini, oramai oltre la virilità, stavano su quelle alte selle di velluto frenando gli slanci de' loro cavalli in atto così bravo, che ben apparivano que' gran soldati che erano, ed i migliori condottieri che contasse allora la milizia.
Nella turba che seguiva si notava all'aspetto accigliato e robusto Pedro Navarro, inventore delle mine, usate con tanta fortuna all'espugnazione di Castel dell'Uovo. Diego Garcia di Paredes, l'Ercole di quel tempo, il quale non usando quasi mai coprirsi d'altro che di ferro, e neppur avendo in pronto abiti da comparire in tal giorno, aveva limitata la sua gala a far sì che le sue armi fossero meglio forbite del solito, ed a togliere il più feroce di parecchi cavalli da battaglia che aveva. Era un gran stallone calabrese preso al capestro da poche settimane, alto, membruto e nero come un corvo, senza pelo d'altro colore.
Il solo Paredes avrebbe osato e potuto cavalcare questa bestia selvaggia, che avvezza fra i boschi, trovandosi ora fra tanto popolo e tanto romore, s'era imbizzarrita, sbuffava e schiumava come un leone.
Ma la statura del cavaliere, la sua grave armatura e l'ajuto d'un freno lungo mezzo braccio che insanguinava la bocca al cavallo, glielo facevan soggetto, e dopo aver fatti nel muoversi cento strani salti (e nessuno era tardo a dargli luogo), prese il savio partito di non stimarsi più forte di Diego Garcia, che inchiodato fra gli arcioni rideva di quegl'inutili sforzi.