—Inigo—disse Paredes volgendosi ad un bel giovine di venticinque anni che, aspettando la cena, avea già posto mano al pane—se vogliamo parlare di colpi di spada, domanderemo al tuo cavallo, che sapore hanno le stoccate di questo barone.—

Poi dirigendo il discorso a La Motta:

—M'accorgo un po' tardi che siete disarmato: eccovi la mia spada (e scingendola, la pose al fianco del suo prigione) sarebbe gran torto se un braccio come il vostro non trovasse un'elsa dove appoggiarsi. Terrete Barletta per prigione sino a cambio o riscatto. La vostra parola, Cavaliere?—

La Motta stese la destra a Paredes, che la prese e soggiunse:

—Pei vostri compagni sia lo stesso patto. Non è vero?—E ciò disse volto a Correa e ad Azevedo, due uomini d'arme che avean fatti prigioni i compagni di La Motta. Risposero che eran contenti, ed ambedue colla medesima cortesia toltesi d'accanto le spade le cinsero ai baroni francesi.

—In tavola signori—gridò in quella Veleno, ponendo in mezzo al desco un grave catino, ove giaceva la metà dell'agnello attorniato da cipolle e legumi, e due gran piatti alle estremità pieni d'insalata; e l'apparire della vivanda non fu meno possente della voce dell'oste a chiamare a sè l'affamata adunanza. Tutti con gran premura, spostando e rimettendo le panche, in un momento furono seduti, e all'opera; e per alcuni minuti non s'udì parola, ma solo uno strepito di piattelli, bicchieri e posate percosse.

Solo, in capo tavola, sedeva Diego Garcia, e da' suoi lati avea fatto porre La Motta e de Guignes. Scalcando con una gran daga, in un lampo ebbe fatto in pezzi quell'animale, e divisolo fra i convitati. Il suo stomaco di ferro, servito ottimamente da due file di denti bianchissimi e forti da non temer paragone, si trovò dopo alcuni minuti racquetato se non satollo. Non gli rimase un sol osso sul piattello, poichè nessun mastino potea dirla seco per stritolarli e ridurli in polvere. Finita la pietanza, empiè i bicchieri de' suoi vicini ed il suo. Com'ebbe bevuto, e passata un poco quella prima furia di fame, s'avviarono a poco a poco i discorsi, mescolandosi le domande, le risposte ed i frizzi, che si raggiravano per lo più sui casi della guerra, sui cavalli, sui colpi dati o toccati, e sui varj accidenti del giorno. Nella parte inferiore del desco ove s'eran seduti i venti o ventitrè Spagnuoli, lasciando per cortesia al loro capo ed ai prigioni francesi ciò che essi chiamano la cabecera, ossia il sommo della tavola, si scorgeva negli atti e nelle parole quell'amorevole fratellanza che suol produrre il trovarsi avvolti insieme ogni giorno in grandissimi pericoli, ove si conosce quanto pregio abbia l'esser pronti ad ajutarsi l'un l'altro nell'occasione.

Le facce ruvide e cotte dal sole di questi uomini d'arme, che il moto, la recente fatica ed il calor del cibo rendevano rosse ed infocate, producevano, al chiaror dei lumi che le percoteva dall'alto, un effetto di chiaro-scuro degno del pennello di Gherardo delle Notti.

Avvicinandosi il termine della cena, il conversare, secondo il solito, era divenuto più generale, e le risa e il romore cresciuti in gente che avea riportato onore e profitto dalle guerresche fatiche del giorno. La fronte d'Inigo era la sola che più durava fatica a rasserenarsi. Stava egli col gomito appoggiato alla tavola, e si guardava d'intorno, poco o nulla rispondendo alle ciarle de' suoi compagni.

—Inigo—gli disse, stendendo verso di lui la mano Azevedo, che aveva forse votato un bicchiere più del solito, ed essendo uomo sollazzevole, mal soffriva di veder uno della brigata star sopra di se malinconico—Inigo, si direbbe che sei innamorato, se le donne di Barletta meritassero le occhiate di un bel giovane par tuo. Ma qui, viva Dio, siamo al sicuro. Non vorrei che avessi lasciato il cuore in Ispagna, o a Napoli.