—Il vostro nome?—

—Fra Giorgio da Lodi di S. Marco.—

—Aspettate. Ma vi so dir che ci sarà tempo... vedete quanta gente è in anticamera.—

Fanfulla senza risponder altro si mise a sedere accanto ad una tavola, e v’appoggiò un braccio, distese le gambe, e dimenando piano piano la punta de’ piedi col mento all’aria, senza guardar in faccia a nessuno, rimase tutto assorto nel pensiero della sua arringa. Non era malcontento tutt’insieme del modo col quale l’aveva combinata, ma avrebbe ancora voluto farvi entrare qualche parte di filosofia, come scrive di aver fatto il Cellini, quando parlava con Paolo III, del modo di tingere un diamante: ognuno s’avvede quanto in ambedue i casi la filosofia venisse a proposito; e tanto più quella di Fanfulla che consisteva in qualche idea di fisica, vera o falsa non importa, ed in qualche sogno d’astrologia.

Mentre egli durava questa fatica, gli ufficiali che eran prima affacciati, avevan volte le reni alle finestre, squadrato ben bene il Frate, e trovandolo d’altra faccia e d’altri modi che non s’aspettavano, si guardavano in viso l’un l’altro.

—Che te ne pare? diceva uno, di quella faccia di servo di Dio? non istarebbe male sul collo d’un birro.—

—Diavolo! diceva un’altro, senz’un’occhio!... un taglio in faccia! bisogna dire che quand’hanno a creare il priore, si dilettino a far volar le scodelle, questi reverendi.—

—E’ si sarà azzuffatto colla gatta in refettorio....—-

—O sarà cascato per la scala di cantina.—

—O avrà creduto che qualche marito volesse chiudere un occhio, ed il marito invece l’avrà fatto serrare a lui.—