Pochi giorni dopo l’esequie di Baccio, egli era seduto dopo cena, ove solea porsi sull’imbrunire, sotto la cappa d’un gran cammino, nel quale ardeva un buon fuoco: avea intorno tutti i suoi di casa, ed alcuni degli uomini che allora più potevano in Firenze, i quali spesso si trovavan quivi insieme a veglia; non che Niccolò fosse allora d’alcun magistrato, ma soltanto per l’affetto che gli portavano, pel molto conto in che tenevano la sua pratica nelle cose di stato, e per la sua autorità nella parte de’ Piagnoni della quale potea dirsi l’anima ed il capo.
V’era Bernardo da Castiglione, padre di Dante, odiatore ferocissimo del nome Pallesco, ed uno dei più riputati della sua parte, quella de’ popolani, che volevano la più estesa democrazia, avversi perciò alla setta degli Ottimati, della quale, come dicemmo, era stato capo il gonfaloniere Niccolò Capponi.
V’eran due frati Domenicani, Fra Benedetto da Faenza, che abbiamo trovato superiore di S. Marco, grandissimo uomo dabbene, e di assai vaste cognizioni, sia nelle materie teologiche, sia nelle lettere latine e greche; ma di natura troppo mite per quei tempi d’arditi e tremendi consigli: e Fra Zaccaria da Fivizzano di S. Maria Novella, predicatore facondo ed agitatore bollente del popolo, che era da lui infiammato alla libertà coll’eloquenza incalzante e fatidica del Savonarola.
V’era Francesco Ferruccio di mercante divenuto soldato, uomo che si potea dir di ferro schietto anima e corpo; di que’ tali che si uccidono, ma non si vincono, nè si piegan giammai: di quelli che bastan talvolta essi soli a ritardar la rovina degli stati; intrepido soldato, capitano avveduto, fortunato nelle fazioni, rigido per la disciplina ed inflessibile co’ soldati, che ciò non ostante l’amavano, perchè lo conoscevano al tempo stesso giusto e liberale. Caldo ammiratore de’ modi e della scuola di Giovanni de’ Medici, capo delle bande Nere, ch’egli studiava d’imitare, onde si diceva tra suoi ch’egli volesse far troppo del sig. Giovanni; macchiò, dobbiam dirlo, tante virtù, con qualche atto crudele; ma pensiamo ch’egli viveva nel secolo XVI, che amava la sua patria, e che dovette vederne l’agonia lunga e dolorosa, e prevederne l’inevitabil rovina!
Bernardo seduto accanto a Niccolò parlava seco sommésso, e pareva aver appiccato ragionamento d’importanza. Fra Benedetto soprappensieri, voltando al fuoco ora la palma ora il dosso della mano, veniva appresso, ed alla sua destra, seguendo il semicerchio intorno al cammino, era Fra Zaccaria, che fissando in alto due occhi neri tagliati come quelli del Giove Olimpico di Fidia, si teneva la barba folta e lunga colla mossa fiera ed ispirata del Mosè di Michelangelo. Francesco Ferruccio, ritto nel mezzo, voltava la schiena al fuoco, e la sua ombra vacillante a seconda della fiamma era portata sulla parete dirimpetto, ove disegnava in dimensioni gigantesche l’alta e robusta sua figura.
Intorno, per la camera buttati sui seggioloni, e stanchi delle fatiche del giorno, stavano Averardo e Vieri, figli di Niccolò, armati di loro corsaletti. Bindo stava ritto accanto ad un desco ove Lisa e Laudomia attendevano a preparare sfili e cucir fascie pei feriti: egli teneva fra le mani un suo elmetto che aveva finito di forbire, e pur guardando sott’occhio se il padre gli badasse, pregava sommesso Laudomia gli trovasse un pajo di penne per farsene un cimiero. La giovane scrollando il capo con un mesto sorriso gli accennava di tacere. Forse la vista della buona spada di Baccio, al fianco del fanciullo, le rammentava il fratello ucciso: forse l’occupavano pensieri ancor più angosciosi e pungenti della mal consigliata ed infelice sorella.
Lisa era minore d’un anno, ne avea diciotto, ambedue potean dirsi belle; ma all’aspetto ognuno avrebbe tenuto Laudomia per la più giovane. Sul suo viso onesto e malinconico, nel muover tardo e soave delle sue pupille azzurre, e fin nella voce e nell’atteggiarsi, splendeva quel non so che virgineo ed illibato, che ogni occhio discerne, ogni cuor sente, ed è pur impossibile definire: che senza esser proprio d’un’età più che d’un’altra, senza appartenere esclusivamente a nessuno stato, orna sovente il volto d’una madre di molti figli, e si desidera indarno su quello d’una fanciulla: quel non so che (se ardissi dirlo) che pare la beltà dell’anima trasparente sotto il velo corporeo; che essendo cosa affatto distinta dalla bellezza, però sempre o la rende irresistibile e divina, o la compensa con usura: quello finalmente, che vendica persino gli oltraggi della fortuna, facendo onorata ed augusta la povertà umile ed oscura.
Quest’aureola d’un’anima non mai contaminata da un pensiero di colpa, facea del volto di Laudomia un volto d’angiolo; nè la sua vita era stata punto difforme da ciò che mostrava il suo aspetto. Rimasta a quindici anni orfana della madre, avea con prematuro giudicio conosciuto, che a lei stava farne le veci colla sorella, e n’aveva assunto, e mantenuto già molti anni l’impegno. Pel resto della famiglia era si può dire il perno sul quale s’aggirava la somma delle cure domestiche. Se poi v’era in casa qualche parola dispiacevole, Laudomia con un motto detto accortamente, e a tempo, l’acchetava o la volgeva in riso; chi aveva un affanno lo confidava a lei, che con que’ suoi modi amorosi pareva tosto lo facesse suo, dolendosi coll’afflitto, ma trovandogli però sempre qualche ripiego o qualche consolazione. Se v’era nulla da risolvere d’importante Niccolò sentiva lei più d’ogn’altro, ed essa con parlar timido e diffidente di se, ma con giudicio sicuro, quasi sempre s’apponeva nell’indicare il partito migliore. Insomma e tra suoi, e fuori tra gli amici ed i vicini non era detta altrimenti che l’Angelo de’ Lapi.
Circa un pajo d’anni prima d’ora avea notato spesse volte un giovane vestito alla foggia de’ gentiluomini, che passava quasi ogni giorno sotto le finestre di casa ora solo ora con suoi amici, spesso ancora su un suo bel giannetto col quale si maneggiava mirabilmente, e le era venuto detto colla Lisa che le sedeva accanto lavorando, Che bel giovane, ma senza pensar più in là e come avrebbe detto che bel fiore; ed ogni qualvolta veniva a passare, lo guardava con piacere e senza sospetto come avrebbe guardata una giovane di consimili bellezze. Un giorno i Magnifici Alessandro ed Ippolito de’ Medici cavalcando per la città capitarono sotto casa i Lapi, e le due sorelle videro con qualche maraviglia quel giovane andare a paro con loro. Tutti e tre a un punto alzarono il capo affissandole; poi quando furon passati, or l’uno or l’altro si volgeva e ridevan tra loro.
Laudomia che s’era affacciata si ritrasse indietro e per la prima volta arrossì: le parve quelle risa l’offendessero, e provava quasi un senso d’umiliazione e di rimorso senza saper perchè. In ogni modo, docile a quella interna misteriosa voce che per le giovani è pur guida saggia e sicura quanto l’esperienza, e vien detta il Pudore, d’allora in poi, quando venivano a passar cavalli, non s’affacciò e non guardò più in istrada.