—Tanto meglio, imparerà da ora a lasciarmi libera. Non voglio fargli prendere cattive abitudini.
—Lo ami poco, mi sembra.
—Moltissimo, alla mia maniera. Ma io scappo a vestirmi, mi ci vorranno almeno due ore.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sofia stette ad ascoltare il rumore della carrozza che si allontanava, portando seco la madre e la sorella; era rimasta sola, sola come aveva sempre desiderato di esserlo. Da bambina, quando le facevano qualche torto, aveva pianto solo quando era in letto all'oscuro, e l'uso gliene era rimasto: così perduta in quel gran salone, sotto il chiaro lume della lampada le mani inerti e la testa abbandonata sulla spalliera della seggiola, le si dipingeva sul volto un grande affanno, il vivo riflesso di una lotta interna alacrissima. Certo in quei momenti di solitudine completa le ritornava la coscienza di un grande dolore; il sentimento della realtà, lungamente respinto, diventava chiaro, distinto, crudele.
Un rumore di passi la fece scuotere. Era Roberto. Vedendola sola si fermò, esitante; ma supponendo il resto della famiglia in altra camera, si avanzò. Sofia si era alzata subito, turbata.
—Buona sera, signorina.
—Buona sera…..
Erano entrambi impacciati. «Dio! quanto è antipatica questa Sofia!» pensava Roberto.
Infine la fanciulla si rimise, riprese l'impero sulla sua fisionomia, che ridiventò composta e severa; sedettero a poca distanza.