—Queste,—ripete la voce fredda e cadenzata della guida—sono le reali delizie….
Se i re hanno solo quelle delizie là!
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In un cantuccio semi-nascosto vi è un cancello. I visitatori l'oltrepassano di rado, perchè giunti a quel punto ne hanno già abbastanza e provano un desiderio vago di fuggire. Solo qualche testa strana, qualche touriste infaticabile, malgrado abbia inteso che quello è il bosco e che non ci si entra in carrozza, si decide ad esaurire le forze delle sue gambe e si fa aprire il cancello.
Qui la vegetazione è libera, le piante crescono invadendo il regno dell'aria coi robusti polloni e penetrando la terra con le grosse radici: i rami si dividono, si moltiplicano, s'intrecciano allegramente. Le fronde salgono, scendono, fanno capolino dappertutto; sono brune in cima, pallide al basso, e presentano tutte le più delicate tinte del verde, da quello opalino, trasparente, aereo, sino al vigoroso e forte che quasi sembra nero. Il sole manda negli interstizi certi raggi sottili sottili che paiono capelli biondi luminosi, getta in terra tanti cerchietti lucidi che sono la sua piccola e ridente immagine; la luce è buona, la luce è soave nel bosco. Malgrado la stagione avanzata spuntano ancora gli anemoni, protetti dalla frescura, e le lucertoline brillanti schizzano tra le alte erbe—i sentieri non sembrano tracciati, vi sono labirinti, crocicchi, salite, discese; ogni tanto un vano azzurro che si allarga, si allarga: è la pianura inondata di luce; è scomparsa, ecco il bosco un'altra volta. Il bosco sorride, parla, canta: si odono dintorno lievi sospiri di benessere, voci indistinte e vaghe, confusi mormorii che sembrano parole di gioia balbettate da labbra infantili. Giungono odori forti e sani, leggermente aspri: sono i profumi energici di quegli alberi vigorosi, è lo scoppio della loro gioventù, è il succhio impetuoso di vita che sale in essi e rompe la corteccia. Calma meravigliosa in tanta vitalità—sicurezza profonda in tanta libertà.
Allora l'azione benefica della natura si manifesta, l'uomo si sente sollevato, sulla fronte bruciata dal sole pare sia passata una mano leggera e carezzevole: entra in lui, per tutti i pori, una nuova parte di vita, di vita ridente e felice. Per la prima volta egli si trova davanti alla più sublime delle verità fisiche, perchè la luce, i profumi, i mormorii gli arrivano come palpiti, vibrazioni di aria; le sue sensazioni sono piene, complete, perfette, ed ognuna di esse riassume tutte le altre e tutte concorrono all'equilibro dell'anima e del corpo. L'uomo pensa; pensa alla stirpe dei primi, vigorosi terrigeni che adorarono la terra come madre e come dea; ai giocondi tempi dì Evandro e di Saturno; pensa alle foreste ombrose, alle sconfinate pianure, alle montagne nevose, a tutti i liberi svolgimenti della natura. L'uomo ama e sogna nel bosco, dove ride la luce e si nasconde la pervinca. E quando domani ritornerà alle strade rumorose, alle sale soffocanti, alle veglie prolungate, porterà in sè un ricordo pieno di soavità e di freschezza; la buona Natura, avrà messo una nota di verde nella affannosa ed incessante lotta dell'esistenza.
Bosco di Caserta, giugno 1878.
NUOVA CACCIA.
Oh, i bei tempi delle antiche caccie! Lunghissime corse dietro una problematica lepre o una volpe astutissima, colazioni succolenti e sonni profondi, campagne, boschi, colline, dove siete più? La civiltà vi ha distrutte, o belle caccie dei nostri padri: la civiltà, col suo noioso fumo della vaporiera, con le sue armi di precisione, con le sue larghe strade, con le sue nuove occupazioni. Non vi sono più caccie: le ultime si sono rifugiate fra le montagne del Tirolo, in Russia, in Africa, ma da noi l'è finita. Adesso quasi nessuno più si alza allo spuntar dell'alba, per infilare la giacca e gli stivaloni, e ponendosi ad armacollo il fido fucile andarsene a minacciare le filosofiche riflessioni di un tordo o le rumorose moine di una pernice: bisogna andare alla Borsa, al giornale, al circolo, al caffè, soffocare in una sala angusta, piena di fumo e di malignità che si svolge nell'ambiente, opprimersi il cervello con le solite notizie, le usate ed abusate freddure, i quotidiani scandali; fare una cattiva colazione, un peggior pranzo: e poi di nuovo là, donde si esce affranti senza aver camminato, stanchi senza aver lavorato, vuoti di spirito ed annoiati—Oh la civiltà, miseria della nostra epoca!
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