Eppure questo libro non poteva scriverlo. Avrebbe avuto bisogno di sei mesi di quiete, per dedicarsi ad esso solo, per lavorarvi con tutte le forze, senza occuparsi d'altro, senza pensiero del domani. Ed in questi sei mesi come si sarebbe vissuti? Morendo? Il padrone di casa doveva essere pagato, si doveva pranzare la mattina e cenare la sera; la madre spesso avea bisogno di medicine, di buon vino, di una serva che le togliesse dalle spalle il grosso delle faccende domestiche. Forse in quei sei mesi il pubblico avrebbe dimenticato il giovane autore, forse egli non avrebbe più trovato un editore, forse il libro non avrebbe trovato neppure un tipografo: come scrivere con la prospettiva della miseria, del freddo e della fame? Si ha un bel dire che le difficoltà spronano il sangue, che il granaio è bello a venti anni; sì, ma non quando con voi soffre la vecchia madre, non quando si arrossisce di uscire, non avendo un abito decente. Per questo Mario non poteva scrivere il suo libro; per questo si sottometteva ad un lavoro improbo, sciupatore, inutile, inglorioso. Invano egli fantasticava sul suo romanzo, invano egli accumulava idee sopra idee, invano si crucciava dietro al suo ideale: veniva il pensiero aspro del domani e con esso si dileguavano tutte le sue speranze.
Così il suo ingegno decadde lentamente. In quella battaglia continua il suo spirito s'inasprì, svanì la bella fede giovanile, il giudizio si velò d'ingiustizia, Fu acre, bilioso, capriccioso, dubitò di sè, dubitò dell'arte, dubitò di tutto. Fece del mestiere, stanco, spossato, esaurito, senza entusiasmo, senza fede, chiudendo gli occhi per non guardar l'avvenire, sorridendo di scherno a chi ancora lo incoraggiava. Come odiava quel lavoro che faceva, come lo odiava! Come gli sembravano grette e meschine quelle ideucce che doveva allargare, ingrandire, gonfiare, ricamare con tutti i lenocinii della penna—mentre aveva nel cervello la vastissima tela del suo libro! Come erano infedeli, piccole, pallide, incomplete le figure delle sue novelle, di fronte alla eroina del suo romanzo: che aveva egli di comune con quelle figure? Non le aveva amate, non lo amavano, non gli appartenevano—gli avevano procurato dieci lire con cui aveva comperato un paio di scarpe: ecco tutto, Allora il pubblico, presentendo la fine di quell'ingegno, lo abbandonò; era un limone spremuto da una mano gigantesca, era un cervello distrutto, cellula per cellula, in uno spaventoso ingranaggio. Che poteva importare al pubblico di Mario? Non vi erano forse altri limoni da spremere, altri cervelli da esaurire? La sua opera non fu più ricercata, i giornali rifiutarono i suoi articoli; egli si era suicidato giorno per giorno, ora per ora; non trovava più concetti, non trovava più parole, si ripeteva orribilmente, scendeva alle frasi comuni, l'originalità era morta. Provava qualche volta la sensazione di avere nella testa un grosso pezzo di sughero. Si rassegnò, non trovando più in sè stesso alcuna rivolta, nè una scintilla in quel mucchio di ceneri: discese sino a fare il reporter, pure di guadagnare qualche cosa. Andava dalla Questura alla Prefettura, di là agli ospedali, interrogava i registri, prendeva delle note sul taccuino, e scriveva quelle graziose cose che incominciano: siamo lieti di annunciare; oppure: informazioni pervenuteci da fonte attendibile….
Passarono vari anni in quella vita macchinale, quasi senza che egli se ne accorgesse. Aveva tanto amato la sua bionda sconosciuta ed il suo incognito amico; ed anche questi due si erano allontanati, allontanati, erano scomparsi. Quando li evocava, non accorrevano più. Aveva tanto amato sua madre, l'unica donna che lo chiamasse per nome e che lo avesse baciato: ed essa morì, distrutta dalle privazioni e dai dolori. Allora si pose a voler bene a quei lavori che erano l'eco della sua gioventù; aveva legati in pacco quei giornali, ogni giorno li classificava, li rileggeva, li riponeva accanto al suo meschino letto. Avrebbe voluto riunirli in un volume per dire con esso a quei del mondo: Vedete, io ho lavorato la mia parte, io vi ho commossi; io vi ho dato il mio tesoro; voi siete stati ingiusti con me. Ma gli editori si rifiutarono di ristampargli nulla, dicendo che l'interesse era sfruttato: una sera, un fiammifero cadde sui giornali; questi abbruciarono facendo una bella fiammata. Così sparve anche l'unica prova del suo ingegno: dopo otto mesi sparve anche lui, non ricordato da alcuno, povero, solo.
Una storia troppo semplice, tanto semplice che non avrà interessato nessuno. Eppure era scritta per tutti: per quelli che hanno perseguitato una vita intiera il loro inarrivabile ideale, e per quelli che, raggiungendolo, vi infusero il soffio creatore; era scritta per quelli che cercando la loro donna, novelli e tragici Don Giovanni, infransero mille cuori senza ritrovarla e dettero coraggiosamente la mano al commendatore di pietra, o per i fortunati che si quietarono nella pace di un solo amore; per quelli che nella drammatica lotta del pensiero con la forma, vinsero o per quelli che avendo l'universo nel cervello, passarono, silenziosi analfabeti; per i pochi che hanno dominata la folla o per i molti che ne furono soggiogati. Giacchè per tutti questi, per i vittoriosi come per i caduti, l'arte è la divina fanciulla di Arrigo Heine, che mentre bacia loro soavemente le labbra, con l'unghia rosea ne dilania il cuore.
ALLA DECIMA MUSA.
Noël, noël! liesse, liesse!
Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dall'ambiente dolcemente caldo. Una lampada piove la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore—le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; una nebbia fitta che è fumo, umidità, scirocco, fiato di gente; l'oscurità rotta con violenza dal gas, dal petrolio fumigante, dalla luce rossastra delle fiaccole, dai vividi colori dei bengala; l'andare, il venire, l'incontro, l'urto di una folla spessa, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla;—quindi un vocio che percorre tutta la gamma, dai toni più alti ai più bassi, coi salti più bizzarri, diventando ora un clamore acutissimo, ora un grave rombo di tuono. Malgrado le imposte chiuse, malgrado le pareti doppie e foderate, l'eco di quel chiasso si fa un cammino sino a colui che legge; egli si distrae, presta l'orecchio e sorride. Invano d'attorno la temperatura è piacevole, invano il tappeto è morbido, invano la luce è quieta, invano il libro dispiega l'attrazione della sua carta giallina, dei suoi caratterini affusolati, dei suoi fregi capricciosi e dei suoi versi idem: la gran voce della moltitudine è insistente, sale come un appello, risuona come una vigorosa chiamata. Allora colui che legge è preso dalla nostalgìa della strada, della nebbia, dell'agitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede; e con un soffio gigantesco, la strada vince la cameretta.
* * *
Sulle piazze, nelle vie, gittate, profuse tutte le ricchezze vegetali ed animali. Qui è il trionfo della carne: sono le file dei polli sospesi per le gambe, dalla pelle gialletta, soda, leggermente punteggiata di bruno, venata di un azzurro pallido: sono i tacchini dalle forme grasse e rotonde, dondolantisi gravemente al venticello caldo, con la serietà di quando erano vivi. La luce incerta delle fiaccole profila stranamente le masse enormi della carne di vitello, carne rossa, sanguinolenta, dalla fibra lunga e piena di forza, dall'osso levigato, lucido, senza una macchia; ed illumina in pieno i porcellini bianchi, dalle linee quasi eleganti, tenero, succoso e prediletto pasto delle signore e dei preti. Si cammina sempre e non si vede che carne—ed allora quell'odore di macello fresco, quel sangue rosso-bruno che gocciola, quei colpi di coltello netti, decisi, vi cagionano la malinconia, il disgusto: il trionfo della materia piena, grassa, pesante, sfacciata, sorridente della sua morte che è una novella vita, provocante e nauseante, finisce per ischiacciarvi. Pensate a quel lusso, a quel ribocco, a quella esuberanza, a quell'enormezza con un senso di paura—e ricercate con ansietà impressioni più miti.
Allora entrano in campo gli erbaggi, le verdure, i frutti, la fauna vegetale, il tributo della campagna, l'offerta delle pianure e dei boschi. I monticelli dei broccoli verdi, il cui fiore sembra un merletto rilevato, guardano con disprezzo l'umile e piccola cicoria, raccolta in gruppetti, su cui brillano le gocce dell'acqua; i cavoli bianchi, grossi e serrati, pare che vogliano scoppiare dal loro involucro di foglie verde-chiaro, mentre quelli neri si confondono coll'oscurità, quasi desiderosi di solitudine. L'ondulazione dei lumi, il passaggio delle persone e dei carri, il getto improvviso di un razzo, l'ombra che sovraggiunge, danno a questo spettacolo qualche cosa di fantastico: le proporzioni s'ingrandiscono, il senso della realtà si perde e vi sembra di camminare in mezzo ai prati di maggiorana e di trifoglio, fra due siepi di verdura, mentre in fondo, come orizzonte, si accende la fiamma gialla di una piramide di aranci, ricordo dei tramonti siciliani. Vi giunge al cervello il profumo acuto delle mele, capace di ubbriacare; quello più dolce, quasi più vecchio, delle pere serbate per l'inverno, e l'effluvio sottile, leggiero ed esilarante dei mandarini; quando un odore più forte, più sano, li scaccia tutti per prenderne il posto e regnare solo.