Sulla tovaglia damascata di Fiandra, la colazione attende; ma dallo spiraglio della porta non se ne vede che un angolo. Ma nell'aria si aspira un lieve odore di limone fresco; una gamba di pollo arrosto, con la delicata pelle del corpo crogiolata, fa supporre il resto; un'ostrica bruna, rugosa e scabrosa di fuori, bianco-lattea, morbida e lucida di dentro, respira lentamente; in tre dita di Xeres biondo, trasparente, limpidissimo, sono immersi i pezzetti gialli e succosi di una pesca duracina. O ricchi vigneti della Spagna, ardenti come la terra e come lo sguardo delle donne, o freschi ed ombrosi giardini d'Italia, o immenso e benefico Oceano, o gioconda e magnifica Natura, salute!

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Il salotto rotondo, piccolo è tutto foderato di seta rosa pallida, imbottita e fermata da bottoncini come l'interno di una bombonierina di cristallo; sulle pareti morbide, piccoli specchi ovali con la cornice semplice di argento, lucido e terso, come l'acciaio; grandi giardiniere di argento, lavorato con un cesello così artistico da ricordare la mano di Benvenuto Cellini, sopportano gardenie, camelie bianche, rose bianche, garofani bianchi, mughetti, fiori di neve. Tutto d'intorno ha dei riflessi rosei ed argentei, il bianco vi sembra latteo, la linea vi si annulla e diventa una dolce curva; la vita vi deve essere buona. Ed il zuccherino di questa scatola di confetti deve essere una donnina graziosa, rotondetta, una gattina piena di vezzi, una personcina svelta sui tacchetti alti, palliduccia, con i capelli castani, gli occhi castani, le braccia tornite sotto i merletti, le mani piccole e piene di fossetti, una marchesina Pompadour senza cipria e senza nei.

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Le quattro grandi finestre della sala terrena proiettano sulla larga ed oscura via quattro rettangoli di luce: è sera, i forestieri pranzano senza soggezione della gente che li può guardare, le signore sono vestite con eleganza, i camerieri in marsina circolano silenziosi e prodigando inchini. Nella via un suonatore di ghitarra accompagna la voce aspra e stonata del suo collega; un omnibus con un fanale rosso ed un altro verde che sembrano i due occhi strani di una bestia nera, passa lentamente; un giovanotto azzimato, arricciato, col fiore all'occhiello e col cervello in tumulto, corre ad un convegno; un poeta appoggiato al muricciuolo guarda le onde brune e fosforescenti, prestando orecchio al misterioso ritmo del più giovane poeta: il mare.

Cade il giorno in Pompei; ma ad onta della sua solitudine, delle sue rovine, della sua morte, la città non è triste. La giovane coppia passeggia ancora, ma la signora lascia trascinare sulle pietre di lava il suo lungo abito, la persona stanca si lascia un po' portare dal braccio del giovanotto; egli si china ogni tanto a parlarle, sotto voce, sorridendo, guardandola negli occhi—perchè si amano. La guida spiega con voce monotona le antichità; ma dalla persona gentile della donna si stacca un sottile odore di violetta, i cappelli biondi si disfanno nella grossa treccia, l'ombrellino sfiora le pareti dipinte ad affresco, una mano inguantata, lunga, leggiera si è poggiata sul simulacro d'Iside, e lui preferisce quella manina a mille volanti danzatrici greche. Partono; cade il giorno—e Pompei, la città delle belle donne, dei profumi, dei giocondi amori, si fa triste.

SOGNI.

Questo giovane avete dovuto incontrarlo in qualche parte; il suo aspetto ha dovuto colpirvi. Avrete supposto: è amore, forse. No: non è amore il pallore concitato di quel volto, non è amore la febbre di quel sangue che consuma le vene, non è amore il lampo di quello sguardo—i giovani come lui non amano. Sembra meschino compenso al loro spirito battagliero la conquista di una donna; il loro sconfinato ideale non può rinchiudersi nel possesso di un cuore amoroso; la loro ardente realtà è informata da più vasto pensiero che la modesta famigliuola; hanno desiderii, inclinazioni, aspirazioni diverse; sono uomini di guerra, disprezzano la pace. Sibbene prostrati nella polvere adorano una bellissima, perfida e divina amante; l'adorano ciecamente, follemente, pronti come il fanatico indiano a lasciarsi stritolare sotto il carro dell'idolo, sentendo con delizia lo scricchiolio delle ossa che si rompono; l'adorano con tutte le forze riunite e sospinte: nell'arida solitudine della loro anima, essa, la gloria, è il miraggio celeste e fatale, l'oàsi del deserto, l'unica meta della vita e del lavoro.

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Così egli sognava. La politica fu la prima ad appassionarlo. Nella precoce esperienza della sua gioventù, egli sapeva quali minuti ed ignoti congegni muovano il grandioso apparato dello Stato; conosceva le meschine e piccole cause che determinano le grandi azioni; conosceva che le mille facce del poliedro parlamentare mutano di forma e di colore, come cangia la luce che le illumina; sapeva che in quel mondo il vocabolario trasforma il significato delle parole, chiamando ardimento la sfacciataggine, destrezza la furberia e conoscenza pratica degli affari l'abbandono della via vecchia per la nuova. Ma che importava tutto questo?