Veramente si trattava di una spettatrice: era una giovinetta che stava nel palco numero 2 di prima fila, seduta di fronte alla scena e quindi vicinissima. Una giovinetta dal volto pallido e lunghetto, un po' magro; sulle linee esili del collo ricadevano due grosse treccie nere che erano appuntate, con semplice ed elegante ornamento, da certe stelle di tartaruga bionda; vestiva un abito di lana grigia, terminato alla radice del collo da una arricciatura di merletto bianco, chiuso a quel punto da una stella più grande di tartaruga; oscuri i guanti. Aveva ascoltato con molta attenzione, ma la serietà del viso non si era diradata; anzi una certa fierezza trapelava dalla fronte stretta e bianca, dalla linea decisa del mento: non era bella, ma aveva una di quelle fisonomie spiccate, perfettamente individuali, che non si possono più dimenticare. Con lei stava una signora matura, vestita onestamente di nero, con un volto molto somigliante alla giovinetta, ma le cui linee erano più dolci, quasi ammollite dai capelli bianchi e da un benevolo sorriso: sua madre, forse.
Ma Gaetano non si curava di tutti questi particolari, era preoccupato dalla gravità della fanciulla. Non era malinconia, non era dolore, non era neppure indifferenza: il sentimento che si leggeva sul viso di lei, era un'aria di serietà superiore, quasi inconsciente, certo naturale. Egli si chiedeva perchè una giovinetta, neanche vestita di nero, nell'età del riso, nel teatro dove si andava per ridere, si niegasse alla gioia. Ora ella parlava lentamente con la sua compagna, senza gestire, con uno sguardo intelligente, muovendo appena le labbra: che diceva? Quale strana apparenza era la sua! Tutti ridevano, ella no; tutti si divertivano, essa non si annoiava; che faceva, che pensava dunque? Rivolgendo in sè queste idee, Gaetano rimaneva col viso incollato alla sudicia tela del sipario, con l'occhio fisso sulla figura pallida della fanciulla, perduto nelle sue supposizioni, tormentato un poco da quel problema ventenne che stava nel palco di prima fila.
—Fuori scena!—gridò il buttafuori.
Suo malgrado Gaetano dovette rientrare nelle quinte; giunto là gli parve di aver avuto un'idea luminosa, un'idea che gli fece piacere e dispiacere nel medesimo tempo: sicuramente la fanciulla doveva essere innamorata.
—Allora ci penso io a farla stare allegra,—mormorò fra sè;—giusto nel terzo atto vi è una scena di amore.
Diede una spinta sino all'esiguo camerinetto dove Donna Carmela, l'amorosa, allo scarso lume d'una fumosa candela di sego, davanti ad uno specchietto di quaranta centesimi, si acconciava al collo un fazzoletto di seta rossa; aveva le guance grossolanamente cariche di bianco e di rosso.
—Mi raccomando, Donna Carmela,—le disse:—un pò' di anima nella nostra scena.
—Vi pare! Con voi non c'è bisogno di raccomandazione,—ribattè lei, scoccandogli uno sguardo lusinghiero; tanto il ventesimo fidanzato non c'era! Ma Gaetano parve non ci badasse.
Infatti la scena di amore, che era anche la culminante, cioè l'ultima, fa recitata a meraviglia: Carmela vi mise dell'impegno, parve quasi che sapesse la parte; i suoi occhi ingranditi dal bistro brillavano, la voce rauca aveva quasi delle intonazioni d'intelligenza. Gaetano si superò; fu felice in ogni frase, fu spiritoso, fu ridicolo, fu barocco: la platea, anzi tutto il teatro andava in convulsioni pel ridere, egli stesso si sentiva in ammirazione davanti alla sua bravura—e quando, all'ultimo, un applauso fragoroso coronò l'opera, egli rivolse un'occhiata alla giovinetta del palco, sicuro di averle fatta impressione, sicuro di averla commossa al riso. No; il volto di lei non aveva cangiato espressione, solo l'occhio fiero avvolgeva Carmela e Gaetano in un freddo sguardo e la bocca gentile si piegava ad una curva dura ed energica di disprezzo.
Egli rimase freddo, immobile, istupidito. Perchè il disprezzo?