—Sì, ogni sera—riprese lui con uno sforzo penoso—ogni sera vado a lavorare.
—È un lavoro faticoso?—domandò Sofia con bontà.
—No… non molto; ed anche mi ci sono abituato.
—In commercio forse?
Che cosa doveva risponderle? Gettarle la verità in volto e fuggire? L'amava, l'amava passionatamente, l'amava per le sue stesse parole di disprezzo. L'amava, mentì.
—Sì, in commercio in una casa bancaria. Ci vado alle quattro e ne esco ogni sera alla mezzanotte.
Ed aggiunse il suo nome ed il cognome di sua madre: Rosati. Così l'inganno era completo. Dopo si congedò, andò a casa abbattuto, pallido, ferito al cuore. Sul teatro l'amore era sempre una gaia commedia, ma nella vita diventava per lui un dramma doloroso; il primo giorno della sua felicità, egli era tanto, tanto infelice!
III.
La mattina egli la passava presso di lei; seduto sulla sedia dove ella appoggiava i piedini, scherzando con i gomitoli di lana che le servivano per il ricamo, parlandole a voce sommessa, mentre la madre andava e veniva per le stanze. Non arrivavano mai visite, la camera era silenziosa, piena di luce e di sole; dei fiori erano messi qua e là in certi grandi vasi di cristallo tersi e puliti; Sofia si degnava di parlare con quella sua voce gravemente musicale, che aveva qualche cosa d'intimo e d'affettuoso: Sofia si degnava di sorridere con quel bel sorriso che correggeva la purezza statuaria dei lineamenti; Gaetano si sentiva penetrato da una grande pace, da una soddisfatta tranquillità. Egli godeva di mille piccole cose; le affusolate e bianche dita di Sofia, adorne di un anellino con turchesi che egli le aveva donato, volavano sul canevaccio come farfalle bianche; quando la lana finiva, nell'ago, essa la spezzava con un colpo netto delle graziose e lucide forbicine; quando un fiore si doveva incominciare, egli era chiamato a dare il suo parere sulle gradazioni e sulle mezze tinte; spesso la fanciulla lasciava andare in grembo il lavoro e si distraeva a discorrere con lui, lentamente, accentuando le parole solo con lo sguardo. Gli diceva che la sera avanti, sull'imbrunire, era uscita al balcone, e che aveva visto nella strada tanta gente; subito aveva pensato a lui, sagrificato in una camera buia, sopra un libro mastro, in compagnia delle cifre, e lo aveva compatito; gli diceva che se l'altra domenica fosse uscito un gaie sole, sarebbero andati tutti e tre a passeggiare nel bosco di Capodimonte; essa gli avrebbe indicati certi bellissimi viali, certi alberi vecchi vecchi e che avevano l'aria molto buona; gli diceva che aveva letto il tale libro, che le era piaciuto, specialmente un certo punto: prendesse il libro, era sul tavolo, lo aprisse a tale pagina, leggesse ad alta voce, ed egli obbediva sorridendo; leggeva con enfasi, comprendeva più col cuore che con la mente; ella lo ascoltava, socchiudendo un poco i bruni occhi. Poi rimanevano silenziosi, fissandosi a lungo col sorriso dello sguardo e finendo col sorriso innamorato delle labbra. Non discutevano mai; si trovavano sempre d'accordo; perchè Sofia era un po' esclusiva nelle sue opinioni, era inflessibile nelle sue idee; ma Gaetano, ammirandola ed amandola, s'inchinava a tutto quanto ella dicesse. Vi era in lei un sentimento così grande, così equo di probità, un disdegno così completo della facile morale del mondo, che il giovane si sentiva in sua compagnia diventare più forte, più fermo, più coraggioso. L'amava come fanciulla, come donna, come amica, come sorella; gli piaceva, l'ammirava, le voleva bene l'adorava; l'amava, l'amava, l'amava.
Ma appena uscito da quella porta, le sue ferite cominciavano a sanguinare. Egli era un mentitore, un traditore, un vigliacco che ingannava una giovinetta nobile e onesta; era indegno del suo amore, egli il buffone, egli il Pulcinella. Sinallora la sua mente era rimasta ottusa, egli aveva amato il suo mestiere, ne aveva compreso il solo lato buono, gli era parso di non essere da meno degli altri uomini che lavorano; ma le parole di Sofia gli avevano acuito l'ingegno, lacerato il velo che gli ottenebrava l'intelletto: suo padre gli aveva lasciato in eredità il ridicolo, quello che faceva ogni sera era un mestiere indegno. Quindi nutriva nel cuore un odio incurabile per quanto prima era stata la sua consolazione: il palcoscenico stretto, polveroso; le quinte nere, sporche, soffocanti, piene di ragnateli; l'ambiente di petrolio, di fumo rossiccio, di respiri graveolenti; i compagni volgari, chiassosi, sboccati; le donne dipinte, incipriate con la farina, cariche di oro falso, che parlavano il dialetto, gridavano, si urtavano, litigavano, alcune viziose, altre semplicemente miserabili; la sua livrea bianca, la maschera nera che lo deformava, il berrettone obbligatorio; quei caratteri di ghiottone, di pauroso, di egoista, d'imbroglione, che era costretto di rappresentare; quelle frasi a doppio senso, quei frizzi taglienti che addirittura portavano via il pezzo di carne, quell'amore esterno che doveva fingere—tutto, tutto gli sembrava ignobile. La sua vita della mattina lo ingentiliva e gli sviluppava tutte le facoltà morali; la vita di ogni sera lo avviliva, l'opprimeva, l'abbrutiva.