[pg!117] — Mai più — dissi io freddamente.
Il domani, nel pieno meriggio d'inverno, io passeggiava nella campagna, trasalendo d'emozione per la maestà del fiume che se ne andava lento al mare, per gli anemoni crescenti nell'erba umida, per i piccoli salici neri che si piegavano brulli, quasi spinosi, per gli uccelli che stridevano sul mio capo nella profondità dei cieli. Queste sensazioni giungevano squisite, soavi ai miei nervi equilibrati. Ero quieta. Quand'ecco nelle lontananze della sponda, nella gialla lucentezza meridiana, ella m'apparve col suo viso smorto, disfatto, dove [pg!118] vivevano soltanto i carbonchi dei suoi occhi e la bocca rossa come un granato; vestita di nero, portando al collo un ramo di corallo rosso. Questa volta non mi guardò. Tutto il mio essere sobbalzò a lei. Mentre si dirigeva lentamente alla città, io la seguii passo per passo come una bestia ubbidiente. Vedevo con paura che ella andava al luogo del convegno con quell'uomo, ma istintivamente non potevo manifestare questa paura. Vidi con spavento che quell'uomo era là, che mi aspettava, che sorrideva di orgoglio. Egli non vedeva il fantasma che gli si accostava, vedeva me che mi [pg!121] accostavo a lui per seguire il fantasma.
— Grazie — disse l'uomo trionfante.
Il fantasma sorrise dolcemente, ed io che volevo urlare di dolore, sorrisi di dolcezza.
— Tu mi ami? — chiese l'uomo.
— Ti amo — mormorò il fantasma.
Io, cui sulle labbra si affollavano gli insulti, dissi a voce alta:
— Ti amo.
— Mi amerai sempre?