Il manicotto della signora giaceva sopra una poltroncina, gittato là per noncuranza. Era un manicotto di volpe russa, foderato di raso nero, tutto profumato come un sacchettino di odori. Pareva piccolo piccolo, capace di nascondere solo quelle manine morbide: ma egli stesso era morbido e cedeva e v'entrava dentro un piccolo mondo di cose disparate. Vi stava prima un fazzolettino bianco, di battista, tenue come una nuvoletta, come un fiocchetto di neve: il fazzolettino portava, in un angolo, una microscopica, quasi impercettibile lettera A: e la signora si chiamava Tecla ed il suo cognome cominciava con la lettera M. Ma era impossibile che il pubblico ignaro potesse scoprire quella cifra. Questo fazzolettino era a sua volta profumato di chypre, un profumo lento e voluttuoso che finisce per addormentare i nervi: un angoluccio era piegato e annodato come i fazzoletti delle serve che vi mettono i denari. Vi era una carta infatti: una immagine della Madonna dei Sette Dolori. Oltre il fazzolettino vi era una piccola boccettina di cristallo smerigliato e chiusa ermeticamente col tappo d'oro; dentro vi era una sostanza bianca che poteva essere sale inglese, bicarbonato o arsenico. Non si distingueva bene. Accanto alla boccettina un minuscolo libriccino di note, legato in pelle grigia, con una violetta del pensiero, secca, attaccata sulla pelle. Dentro, nelle paginette bianche dal taglio d'oro, vi erano semplicemente certe date, ed accanto un no, un sì. Nell'ultima pagina scritta vi erano tre date e tre no.
La lettera era sulla scrivania, sotto gli occhi della signora. La busta aperta metodicamente, vale a dire col taglio della stecca che aveva tagliato nettamente una delle piegature, come colui che non ha fretta di aprire. La busta era forte, poichè la lettera dentro era molto pesante. Il francobollo straniero: veniva da Montecarlo. L'indirizzo: alla signora Giovanna Jannaccone, ferma in posta, Napoli, un nome volgarissimo, era scritto con un carattere calligrafico, rotondo, tutto a ghirigori ed a fioriture di penna: il carattere di uno scrivano, di un segretario, di un indifferente. Dentro, la lettera era composta di varii foglietti: il primo era di elegante carta inglese, dal cui angolo a sinistra era stato strappato un pezzetto su cui vi era forse una cifra, forse uno stemma. Il secondo era un foglio di carta di albergo, con l'intestazione lacerata a metà, così: Hôtel de.... Il terzo era un menu di pranzo, dietro cui era stato scritto fittamente ed in traverso. Poi veniva di nuovo un mezzo foglietto di carta inglese, poi un pezzo di carta qualunque, comune. Tutto questo era coperto di una scrittura minuta, affrettata, maschile, ma variabilissima, ora tremante e tutta sprizzature di penna, ora ferma e netta--sempre rapida. Qui le linee pendevano verso il fondo, come prese da una mollezza; più innanzi si rialzavano, diritte, uguali, quasi piene di rettitudine. Certe parole scomparivano sotto la cancellatura, alcune supplite da altre, alcune che non avevano trovato l'equivalente. Abbondavano i punti sospensivi, come se lo scrittore si fosse fermato spesso a pensare. Qui e là l'inchiostro cambiava di colore o impallidiva. In due punti era stemperato, divenuto acquoso. Ogni foglietto era firmato con la lettera A. Il penultimo era scritto disordinatamente, le parole una a ridosso dell'altra, quasi impazzite. Sull'ultimo solo una parola.
Con questi pezzi il paziente lettore ricostruisca il dramma funesto che essi formano.
Aspettando.
Nella notte purissima e chiara il plenilunio scintillava. Dalla terrazza del mio albergo io vedeva a destra, a sinistra i campi arati che dormivano sotto la tranquilla luce lunare; in capo alla viottola fiancheggiata di querciuoli, dopo una discesa di cinquanta passi dall'albergo, dormiva, tutta bianca, con due finestre nere, la piccola stazione; lontano, dopo una spiaggia deserta, dormiva la grande linea dell'Adriatico. Dietro le mie spalle, inerpicato sulla collina, il paesello dormiva. La profonda pace della notte era intorno a me. Io solo vegliavo, inquieto, febbricitante, esaltato, passeggiando su e giù, mentre la mia ombra si allungava, si accorciava, scompariva, mentre nulla poteva calmarmi. Io aspettava lei. Da tre giorni io l'aspettava nell'unico albergo, in quella piccola stazione intermedia che niuno conosce. Lei doveva venire, passare con me una giornata e partirsene. Io l'aspettava.
Per questa giornata io fremeva ed impallidiva da due mesi lavorando, ridendo, vivendo sotto l'imperio dell'idea fissa. Da due mesi ella palpitava come un uccello morente nel disordine delle sue lettere; da due mesi noi mentivamo atrocemente alle persone che ci erano state più care. Ogni azione, ogni pensiero, ogni speranza era concentrata in quella giornata luminosa e ardente. Per andare io ingannava un'altra donna, mia madre, mia sorella, i miei amici; io faceva venti ore di viaggio, io rimaneva sei giorni nell'albergo del paesello: per venire ella ingannava un uomo, ingannava suo padre, i suoi fratelli, i suoi cognati, sua suocera, i suoi servi, i suoi amici, si esponeva a viaggiar sola, bella e graziosa, per trenta ore di viaggio, in mezzo ai pericoli, venendo ad un pericolo di morte. Che importava tutto questo? Io l'amava e l'aspettava, ella veniva a me perchè m'amava. L'ultima settimana prima del giorno era stato un turbine quello che ci aveva travolti; eppure, in tanto disordine di ogni cosa brillava netta, lucida, matematica tutta la combinazione del viaggio. Io conosceva a mente il mio itinerario ed il suo, e lo ripeteva sottovoce, come se avessi potuto dimenticarlo. Quei nomi di paesi, quelle ore ritornavano macchinalmente sulle mie labbra. Eppure una orribile paura mi accompagnava di sbagliare un treno, di non trovarmi, di perdere la testa e due ore innanzi era alla stazione, fingendo leggere, disinvolto, bevendo dei grandi bicchieri d'acqua per calmare la mia febbre. Chi ha viaggiato con me? Non so, guardavo in volto le persone senza vedere nulla. Sentivo nelle orecchie un rumorio di voci, uno stridìo di ferro, squille di campanelle, fischi, ma non comprendeva nulla. Non ho dormito mai, mai. Mi assopivo talvolta nell'abbandono, nella stanchezza dei nervi troppo tesi, ma l'anima vegliava, un sussulto mi scuoteva. Quanti giornali ho trascorso, quanti libri ho sfogliato? Non mi ricordo. So che arrivato al paesello dove ella doveva venire, mi son sentito stringere il cuore. Forse non sarebbe venuta.
Che ne sapevo io? Era così strano il modo come ci eravamo amati, così singolare il modo come ci amavamo! Non mi conosceva; non la conoscevo. Da un momento ad un altro, lei che non era nulla, era diventata tutto per me. Che donna era? Forse non sarebbe venuta. Forse l'avrebbero trattenuta. Invano cercavo dominare questo senso invincibile di sgomento. Pure l'albergatore, un cortese e famigliare uomo che non vedeva mai nessun forastiero, non si accorse di nulla; è vero, io era pallido, gli occhi miei vagavano, distratti, le mie mani avevano la febbre, ma sorridevo, scherzavo anche. Nei tre giorni avevo visitato il paesello, la sua chiesa gotica, la sua manifattura di lana sopra un fiumicello là presso: ma i paesani che si volgevano a guardare questo viaggiatore tranquillo ed attento, non sapevano niente della lotta spaventosa che mi rodeva. Con un vetturino facevo lunghe passeggiate in carrozza e mi lasciavo narrare i suoi guai, tutte le vicende della sua vita. Anche la cameriera dell'albergo ed il servitore mi avevano fatto tutte le loro confidenze; essi avevano trovato un placido ascoltatore che approvava col capo, senza capire, rosicchiato, minato, tormentato da un sol pensiero. Diventavo stupido. La notte smorzavo il lume nella mia stanza, passeggiavo sul terrazzo, guardando la via ferrata.--Verrà di là--pensavo fra me. E come un'allucinazione mi prendeva, mi pareva che sbuffante e rumoreggiante il treno arrivasse col suo occhio verde e col suo occhio rosso che mi guardavano, che una potenza malefica m'inchiodasse sul terrazzo, ch'io vedessi di lontano la diletta dell'anima affacciarsi allo sportello, cercarmi, non trovarmi, ricadere indietro, disperata, ripartirsene senza che io, nella più orribile contrazione del dolore, potessi fare un passo o dare un grido. L'incubo si sedeva sul mio petto, me desto.