La prima volta in cui Nino Stresa mi mancò di rispetto, fu in un ballo. Ero vestita di broccato bianco, quella sera: e il busto del vestito era sostenuto, sulle spalle, da due fascie di brillanti che formavano manica. Egli, Nino Stresa, mi cominciò a guardare, di lontano, poco dopo la mia apparizione nel ballo: e non potei più fare un movimento per passeggiare o per ballare, senza sentire il suo sguardo fermo sovra me. Ora, Nino Stresa ha uno sguardo singolare. I suoi occhi sono semplicemente neri, senz'altro pregio. Ma lo sguardo ha una dolcezza languida e persistente che, talvolta, dopo qualche minuto di contemplazione, pare che si veli di lacrime per una profonda emozione saliente agli occhi dall'imo cuore. Sembra, quando guarda così, Nino Stresa, che tutta la sua anima si dissolva in una intima e malinconica tenerezza, assolutamente contraria alla sua apparenza di bellissimo giovane e di giovane elegantissimo. Vi sono, o pare che vi sieno, in quello sguardo tesori segreti e inesauribili di un sentimento nascosto con gelosa cura e trapelante, solo, in quella dolcezza ostinata e adombrata di lacrime. Tanto che la donna guardata così, da Nino Stresa, dimentica la soverchia, inquietante bellezza dell'uomo, e nella creatura troppo fine e sicuramente corrotta, nella creatura che porta la peggiore delle reputazioni, cioè quella della fatuità, le par di scoprire, dallo sguardo così strano, un orizzonte spirituale che giammai altra donna vide. Io ebbi questa impressione, vivacemente: e, non so perchè, impallidii dopo averla avuta. Subito, una curiosità ardente mi accese l'immaginazione: e, probabilmente, i miei occhi, rispondendo a quelli di Nino Stresa, dovettero contenere una interrogazione. Non subito egli si avvicinò a me; io fui costretta a ballare una mazurka e gli passai a poca distanza tre volte. Dio, Dio! che struggimento di dolcezza in quello sguardo, quanto languore malinconico, quanta celata tristezza che si rivelava, quasi inconsciamente! Forse, la interrogazione dei miei occhi dovette diventare più acuta. Discorrendo, fermandosi ogni tanto, voltandosi sempre a ricercarmi, egli si avvicinò a me, facendomi un grande inchino.
—Buona sera, signora,—disse con la sua voce sorda, un po' stanca.
—Buona sera, Stresa.
Aspettai, un po' ansiosa, come se egli si fosse avvicinato per rivelarmi un grande mistero, per dirmi, finalmente, la unica verità della sua anima. Egli mi disse:
—Avete delle spalle stupende.
A quest'atroce brutalità, io dovetti arrossire sino alla radice dei capelli: mi sentii soffocare dall'ira e non risposi. Nino Stresa si accorse di tutto, certamente, giacchè mi guardò, stupefatto, con una meraviglia dolorosa negli occhi: mi salutò, di nuovo, e si allontanò lentamente. Lo sdegno mio non ebbe sfogo quella notte: e, man mano, si venne trasformando in un eccitamento di gioia, quasi convulso, che mi fece molto ridere, molto ballare e che mi fece anche cenare, io che non ceno mai, giacchè odio le donne che mangiano in pubblico. Vi erano delle piccole tavole, per quattro. Io era con Clara Lieti, e due cavalieri, briosi e insignificanti. Non avevo più riveduto Nino Stresa, nella notte, e avevo supposto che se ne fosse andato, e questo mi aveva fatto molto piacere, mentre mi arrovellavo di non avergli potuto dire una fredda impertinenza, in cambio della sua brutalità. A un tratto, lo vidi fermo presso la nostra piccola tavola:
—Non si fa l'elemosina all'affamato?—chiese.
Clara Lieti e i due nostri cavalieri gli dettero subito un po' della loro cena, ridendo, mettendo tutto nello stesso piatto. Egli cenò quietamente, in piedi, senza rivolgermi la parola. Io chinavo gli occhi, abitata. Egli si curvò, a dirmi sottovoce:
—Datemi la vostra coppa di champagne.
Io non seppi fare altro che porgergliela. La mia mano tremava lievemente.