—Che hai, che hai? Tu soffri, è vero?

—Sì,—egli mi disse, piano.

—Ma perchè? Non ti amo, io?

—Sì, mi ami, diletta.

—Non mi ami, tu?

—Sì, moltissimo.

—Ebbene? Perchè soffri?

—Così: non lo so.

Ma il dissidio che era fra noi, anteriore all'amore, sorgente dalla nostra medesima essenza, non sparve per l'amore. Noi avemmo delle ore violente di passione, in cui sembrò che il raro, l'altissimo miracolo della fusione delle anime fosse accaduto: ma come l'ora declinava, le anime si staccavano, gelide, e gli amanti si guardavano in viso, quasi estranei, imminenti nemici. Come colui che ha una febbre di quaranta gradi che cade, a un tratto, gittando l'infermo in una debolezza mortale, appena l'entusiasmo della passione finiva, mi sentivo misera e disfatta: ero così avvilita, così deturpata da quell'amore fatto solamente di fiamma, che facevo nausea a me stessa. Comprendeva egli ciò? Chi sa! Egli era felice, lo vedevo: e ciò che lo faceva soffrire, era la mia freddezza, la mia diffidenza, la mia ripulsione. L'eterna questione sorgeva, fra noi:

—Il tuo amore non mi piace, Nino.