Il Re squadrava la rappresentanza nazionale; frattanto, il primo senatore, il duca di Genova, giurò, marinarescamente, con una voce vibrata, con un gesto energico: lo applaudirono. Poi giurarono otto nuovi senatori e un movimento vi fu solo al giuramento di fedeltà del grande latinista piemontese, un clericale. Quello che interessava era il giuramento dei deputati. Depretis ne diceva il nome e il cognome, e aspettava un momentino; e da un banco una voce fioca o una voce sonora rispondeva: giuro. In quel minuto di attesa, gli animi restavano sospesi; il Re cercava con gli occhi colui che doveva giurare.
I vecchi patrioti giuravano militarmente, mettendo la mano nuda sul petto; la loro fede era provata: gli avvocati giuravano con una voce sottile e un tono acuto. Quando arrivò al proprio nome, Depretis cavò la mano destra di sotto l'uniforme ministeriale, la stese e giurò: l'assemblea rise del vecchio astuto che la dominava. Il ministro continuò a dire i nomi, e nell'attenzione generale, le voci commosse e le voci tranquille si facevano udire: ora come sorgenti dalle viscere della terra, ora come discendenti dal lucernario. I vecchi parlamentari giuravano, stendendo semplicemente la mano e pronunziando sottovoce la parola: i deputati radicali, che si erano lungamente preparati a quel passo difficile, giuravano presto presto, come per sbarazzarsi di un peso. E le signore ascoltavano, tutte commosse, tutte prese da un'invincibile tenerezza, esse che hanno inventato ogni sorta di giuramenti falsi, vinte da una emozione innanzi a quelle promesse così solenni che cinquecento uomini facevano a un solo uomo, e a tutto il paese.
Ma i deputati nuovi erano i più turbati: quell'apparato reale e parlamentare, quel pubblico femminile e maschile, quel messaggio del re, il giuramento degli altri deputati, tutto questo ne scoteva i nervi. E coloro che si erano preparati a farla da persone spiritose, a giurar come se nulla fosse, tremavano d'impazienza, mentre il loro nome si approssimava, e poi cavavano un fil di voce che faceva, sorridere il vicino e che la folla non arrivava a udire. Qualcuno giocava stizzosamente con la catenella dell'orologio, e quando lo chiamavano, si svegliava come da un torpore, gittava un giuro affogato, frettoloso e ricadeva a sedere. Fra l'onorevole Salviati, un duca fiorentino, e il deputato Santini, giurò, con voce strozzata, che niuno intese, l'onorevole Francesco Sangiorgio.
Sulla porta i deputati si assiepavano a veder montare in carrozza la Regina e il Re. Più fitta, più densa, la gente ondeggiava nella Piazza di Montecitorio tutta soleggiata, e quando la carrozza si mosse e la Regina salutò in giro e il Re agitò l'elmo piumato, dalle strade, dalle case, dai balconi, dai terrazzi, dalle soffitte, un'acclamazione frenetica sorse, si confuse, salì nell'aria bionda, nel sole, sino al cielo.
IV.
Il portoncino segnato col numero 50 in via Angelo Custode, era discosto due botteghe da un palazzo magnatizio, bigio, triste, dal portone chiuso. Francesco Sangiorgio esitò un momento: non vi era nessuno cui chiedere informazioni. Uno dei due battenti del portoncino era chiuso, l'altro socchiuso; il deputato si cacciò per un andito semibuio e vi fece sei o sette passi, sino a che arrivò a un principio di scale. Sentì che erano a chiocciola, e per non correre il rischio di rompersi il collo, accese un fiammifero. Ma al primo piano un po' di luce si fece: al secondo ci si vedeva, quasi. Su quel pianerottolo davano tre porte e sopra quella di mezzo, era attaccato, con due spilli piegati, un sudicio biglietto da visita che portava un nome e un cognome: Alessandro Bertocchini. Sangiorgio consultò il pezzetto di carta che gli aveva dato il sensale delle case: era proprio quel nome. Picchiò.
Per qualche tempo non gli vennero ad aprire: picchiò di nuovo, debolmente. Poi un gran rumore di chiavistelli, di catenacci, di paletti aperti e rinchiusi, s'intese, ma alla porta di destra: e infine, chetamente quella di mezzo, si schiuse un pocolino. Un uomo alto, con un grande naso rosso e due falde di capelli lucidi attaccati alle tempie, comparve: l'onorevole si toccò il cappello e domandò se vi fosse il signor Alessandro Bertocchini. Era appunto lui, l'uomo dal naso peperonico e dal viso scialbo. «Non si affittava un quartino mobiliato, a quel terzo piano?» Il sor Alessandro squadrò l'onorevole Sangiorgio, adocchiò fra lume e lustro la medaglia d'oro e disse: «Sicuro, c'è un quartino da affittare, mobiliato: vado a prendere le chiavi.» E ficcandosi in tasca le mani rovinate dai geloni, piantò il deputato sul pianerottolo. Dalla porta aperta un'anticameruccia si vedeva, con una sedia, un tavolino e un lume: e un odore di stantìo, di casa vecchia, di polvere antica, pizzicava la gola.
«Eccomi qua», mormorò, col suo filo di voce falsa, il sor Alessandro.
E aprì la porta a sinistra. Vi era uno stanzino buio con una sedia: poi una stanza lunga e stretta. Alla lunghezza di una parete era appoggiato un divano di lana cremisi, con la spalliera ed i bracciuoli, di legno tinto e smorto: ai due lati del divano due poltrone di lana cremisi, coperte di pezzi di merletto all'uncinetto: davanti un tappetino consunto. All'altra lunghezza della parete, dirimpetto, era appoggiata una consolida dal marmo bianco, su cui stavano due grandi lampade a petrolio, un orologio fermo e tre fotografie nelle loro cornici. Al muro, uno specchio lungo e stretto, un po' verdastro, nella cui cornice erano ficcate, come ornamento, certe piccole oleografie, rosse gialle e azzurre, il Re, la Regina, e il principe ereditario: accanto alla consolida, due sedie di legno e di lana cremisi. Dinanzi al balcone un tavolino da scrivere, su cui era disteso un tappeto di lana, lavorato all'uncinetto, a stelle verdi, violette, scarlatte, arancione, indaco, in mezzo alle quali era cucita una figurina scarlatta di scatoletta di fiammiferi. Al balcone da cui penetrava una luce scarsa, erano attaccate due grame tende di merletto, che uscivano da un panneggiamento di lana cremisi. Due altre sedie di legno nero compivano il mobilio.
«Questo è il salotto», disse il sor Alessandro, con la sua voce strascicata ed esile, guardando in aria, con le mani freddolosamente cacciate nelle tasche della giacchetta.